Vite di uomini non illustri e neppure esistiti, per quanto/4

Sebastiano Zani venne allevato dalla nonna.
Perchè, quando Sebastiano aveva appena compiuto tre anni,
i suoi legittimi e avventurosi genitori eran partiti:
diretti in Australia a cercar fortuna,
lasciandosi alle spalle il bambino, la nonna, la fattoria di famiglia e il piccolo gregge di pecore da concorso.
La trovarono, la fortuna, dato che non tornarono mai più al paesello.
Eran tempi, quelli, in cui la rete poteva avvilupparti solo dal vivo e fisicamente.
La nonna, che era un tipo ardimentoso, non si perse d’animo e si dedicò al nipote con tutta se stessa: il senso dell’umorismo non le mancava, responsabilità era il suo secondo nome, di forza ne aveva da vendere.
Aveva però un difetto, certo non l’unico ma a noi di questo soltanto è stato raccontato:
era superstiziosa.
Tra sale gettato tre volte alle spalle e chicchi di grandine raccolti nel pieno del temporale, Sebastiano crebbe ugualmente sano e forte. Solo che ignorava il grado di perfezione che i due aggettivi avevano potuto raggiungere nella sua persona: perchè nella casetta sua e della nonna non esistevano specchi.
Il miglior sistema trovato dalla nonna per evitare rotture e conseguenti sette paventati anni di guai.
La nonna non era eterna, purtroppo:
al funerale, nel minuscolo cimitero del paesello,
Sebastiano si sentiva addosso gli occhi di tutti i suoi compaesani.
Si sbagliava.
Erano gli occhi di tutte.
Alto.
Biondo.
Occhi blu.
Le spalle occupavano tutto lo spazio che misurava un sospiro femminile mentre usciva molto lentamente dai polmoni.
Le mani, furono ben descritte dalla moglie del fornaio, che disse: Saprei io cosa fargli impastare, con quelle manone.
Donna di polso!
Insomma, nella casetta al limitar del bosco dove Sebastiano viveva ora tutto solo,
cominciò dopo il funerale della nonna
un peregrinar di donne a portare vivande.
Pani di ogni forma e dimensione.
Torte e biscotti profumati di zucchero e burro.
Sformati di verdura dalla crosta croccantina.
Ogni donna, ogni ragazza faceva a gara nel compito grato di sfamare quel povero ragazzo rimasto tutto solo a badare alla fattoria e al gregge. Quale miglior ricompensa di dargli una bella sbirciata mentre le ringraziava? Chi si accontenta gode, del resto.
Solo una, non cucinò pani nè torte nè biscotti.
La maestra giovane, come la chiamavano e che insegnava nella piccola scuola multiclasse del paese. Vi era stata trasferita dalla città solo l’autunno precedente, giusto allo scoccare dell’età della pensione per la maestra vecchia.
Non che non sapesse cucinare, anzi.
Solo che voleva essere l’unica, a farlo per lui.
Ma Sebastiano era stato cresciuto dalla nonna a pane, formaggio… e libri.
Aveva cominciato a leggere da piccolissimo, e quando gli altri bambini del paese cominciavano la scuola primaria, lui già sapeva di pirati e corsari neri e sommergibili e isole misteriose.
Imparò un giorno che i treni non portano solo a destinazione.
Scoprì che le famiglie potevano anche essere un peso insopportabile.
Pianse e rise, e desiderò un sentimento e la sua emozione.
Quel giorno al cimitero mentre diceva addio alla nonna, si era sentito addosso un paio d’occhi più vivi che mai. Verdi, aveva visto girandosi.
La maestra giovane aveva appunto i capelli rossi e gli occhi verdi.
E mentre le donne del paese gli preparavano chi la colazione, chi il pranzo e la cena,
Sebastiano apriva la porta della scuoletta nell’ora perfetta: quando i bambini erano appena usciti,
lasciando la maestra tutta sola dentro l’aula profumata di gesso e matite
a raccogliere fogli e quaderni.
Una rosa è una rosa è una rosa, aveva imparato Sebastiano.
Una rosa per Margherita, disse fissando gli occhi verdi che si eran piantati nei suoi.

Le donne smisero di portar pietanze alla casetta.

Nella bacheca del municipio furono affisse le partecipazioni.

E sopra il lavabo nel bagno della casetta appena ridipinto,
uno specchio:
grande abbastanza per due.

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Fuoco e fiamme

Appena ti ho visto, ti ho desiderato.
La tua forza.
Il tuo splendido aspetto.
Sapere con certezza che ti saresti acceso per me. Sempre.
Ti ho portato a casa con me. Anche se mi è costato, lo confesso.
Ti ho trattato con ogni cura.
A volte, forse, sono stata un po’ rude: ma tu sei fatto d’acciaio!
E il mio rispetto non ti è certo mancato: ho messo ogni impegno per non lasciarti neppure un graffio.
So che non c’è mai da aspettarsi la gratitudine…che almeno tu non cadessi a pezzi, però!

Eldslaga di Ikea, 
che delusione di fornello sei stato.

Ti hanno ridisegnato, ho notato: più ergonomico, più funzionale.
Quasi quasi, ci riprovo.

L’anniversario

Lei apre la portafinestra che dà sul giardino ed esce. Cerca il buio.
Fuori, il sole è solo un ricordo rosa all’orizzonte.
Lui la vede dall’altro lato della stanza piena di voci, musica, rumore e vita. Attraversa la stanza con lo sguardo fisso su di lei che se ne va.
La segue all’esterno ma non vuole che lei se ne accorga. Deve, vuole sorprenderla.

Sono vent’anni che sono sposati e questa sera stanno festeggiando l’anniversario.
Lui pensa a lei. E spera. E desidera.
E ricorda.

La chiesa minuscola, illuminata appena: forse quattro lampadine in alto, tante candele accese vicino all’altare.
La sera di dicembre, insolita, per niente fredda.
Vestirsi insieme nella stessa stanza, chè le superstizioni non fanno per loro.
Pure gli abiti per quella sera speciale, hanno scelto insieme:
troppo giovani e troppo innamorati per lasciarsi scoraggiare dagli avvertimenti, dai consigli non cercati.
Arrivare insieme davanti alla chiesa.
E quel rito, è solo per le famiglie: perchè loro si son già detti , in municipio, loro due soltanto e i testimoni. Sono sposati già da due mesi, ormai: ma hanno deciso che sarà la data di quella sera che ricorderanno.

Lui la scorge, immobile nell’ombra complice del presente.
Il giardino profuma di terra umida, l’aria sa di legna bruciata e d’inverno.
La raggiunge e la abbraccia da dietro. La stringe.
Lei gli si appoggia contro.
Lui le prende la mano sinistra, toglie qualcosa dalla tasca dei pantaloni.
Glielo fa scivolare al dito: è la chiusura di una lattina di birra, un po’ storta, tutta ossidata.
Viene diretta da quella sera d’autunno in cui le ha chiesto di sposarlo e non aveva neanche l’anello.
Lei si guarda la mano e ride. “Dovevo immaginarlo, che l’avevi tu.”
“L’hai cercato?”
“Sì, volevo farti una sorpresa, stasera.”
“Ma sono arrivato prima io!”
Lei gli si gira tra le braccia, lui bacia il suo sorriso.
“Rifaresti tutto quanto?” gli chiede.
“Certo! Tu no?”
“Oh sì. Tutto. Solo…”

“Cosa?” le domanda lui.

“Ci metterei più amore.”
 

Vite di donne non illustri e neppure esistite, per quanto/2

Arguzia Corelli seppe con certezza che avrebbe fatto la levatrice quando ancora non poteva neppure chiamare per nome la sua ambizione.
Una sera tra l’estate e l’autunno, stava dormendo tranquilla nella stalla, di nascosto dalla famiglia, quando un gran trambusto l’aveva svegliata: c’era una mucca che doveva partorire e se era stato chiamato il veterinario era segno che qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Le zampe, probabilmente. Quelle del vitello con tanto di zoccoli.
Protetta dal divisorio di legno e agevolata da un bel buco nell’asse malridotta, Arguzia assistette a tutta la faccenda, per nulla disgustata. Il veterinario, un dottorino talmente giovane che pareva suo fratello maggiore, aveva parlato per tutto il tempo sommessamente con la mucca. La sua voce calda aveva descritto con tono gentile alla mucca, e ad Arguzia, l’intera procedura: Arguzia, che era parecchio sveglia come del resto si racconta, mise insieme una frase con l’altra e capì che anche le donne facevano quella fatica lì, per far nascere i bambini. Uscì dal suo nascondiglio quando nella stalla rimase solo il veterinario e gli fece a bruciapelo un paio di domande di quelle che agli adulti non si potevan porre: lui la guardò serio, poi le rispose.
Da quel giorno, Arguzia e il veterinario divennero amici.
Lui le portava dei libri, e un giorno si prese la briga di dire ai suoi genitori che Arguzia doveva continuare a studiare perchè se lo meritava. La mamma di Arguzia aveva una zia che viveva in paese e la ragazzina vi si trasferì: era triste perchè lasciava le sue montagne ma non così triste. Il dottorino andava sempre a trovarla, e insieme ai libri le portava anche un fiore.
Arguzia e il dottorino si sposarono d’ottobre, perchè a lei piaceva l’autunno e a lui piaceva tutto quello che rendeva felice lei. Tornarono al paese insieme e andarono a vivere nella casetta di lui: il veterinario e la levatrice.
Diplomata, eh!

L’amore che resta

E’ stato in una sera d’estate come questa che l’ho incontrata.
Un tramonto identico a quello che sto fissando ora, mi ha visto prenderle la mano per la prima volta.
In una notte di agosto fredda come questa le ho dato il mio primo bacio.
Una sera di settembre in pizzeria mi sono inginocchiato, ho fatto un anello con la chiusura della lattina di birra e le ho chiesto di sposarmi.
Otto giorni prima di Natale, di sera, in una chiesa piccola, fredda e buia, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo promessi, di nuovo, l’amore.
In una mattina di agosto è nata la nostra bambina.
E’ di nuovo estate, e io la guardo camminare tra l’erba.

Il gesto con cui si sposta i capelli dietro le orecchie.
Lo sguardo diffidente che mi scruta dietro le lenti degli occhiali da vista.
Il desiderio di piacere, a se stessa, a me.
Il canto sommesso e stonato a mezza voce quando si concentra intensamente.
La capacità di vedere attraverso e oltre le corazze emotive.
La mia bambina. Ma non solo mia.

Non me ne staccherò mai veramente, dalla mia donna grande che mi ha reso padre, che ha fatto la mia piccolina: di lei e in lei riconosco gesti e abitudini. Sarà mia per sempre, mia e dell’amore.

L’amore, quello che ho dato, quello che ho preso.
Quello che so di avere ancora.
L’amore che non posso, non voglio, non devo lasciare andare.

L’amore che resta.