Vite di donne non illustri e neppure esistite, per quanto/2

Arguzia Corelli seppe con certezza che avrebbe fatto la levatrice quando ancora non poteva neppure chiamare per nome la sua ambizione.
Una sera tra l’estate e l’autunno, stava dormendo tranquilla nella stalla, di nascosto dalla famiglia, quando un gran trambusto l’aveva svegliata: c’era una mucca che doveva partorire e se era stato chiamato il veterinario era segno che qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Le zampe, probabilmente. Quelle del vitello con tanto di zoccoli.
Protetta dal divisorio di legno e agevolata da un bel buco nell’asse malridotta, Arguzia assistette a tutta la faccenda, per nulla disgustata. Il veterinario, un dottorino talmente giovane che pareva suo fratello maggiore, aveva parlato per tutto il tempo sommessamente con la mucca. La sua voce calda aveva descritto con tono gentile alla mucca, e ad Arguzia, l’intera procedura: Arguzia, che era parecchio sveglia come del resto si racconta, mise insieme una frase con l’altra e capì che anche le donne facevano quella fatica lì, per far nascere i bambini. Uscì dal suo nascondiglio quando nella stalla rimase solo il veterinario e gli fece a bruciapelo un paio di domande di quelle che agli adulti non si potevan porre: lui la guardò serio, poi le rispose.
Da quel giorno, Arguzia e il veterinario divennero amici.
Lui le portava dei libri, e un giorno si prese la briga di dire ai suoi genitori che Arguzia doveva continuare a studiare perchè se lo meritava. La mamma di Arguzia aveva una zia che viveva in paese e la ragazzina vi si trasferì: era triste perchè lasciava le sue montagne ma non così triste. Il dottorino andava sempre a trovarla, e insieme ai libri le portava anche un fiore.
Arguzia e il dottorino si sposarono d’ottobre, perchè a lei piaceva l’autunno e a lui piaceva tutto quello che rendeva felice lei. Tornarono al paese insieme e andarono a vivere nella casetta di lui: il veterinario e la levatrice.
Diplomata, eh!

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