Vite di non illustri neppure esistiti, per quanto/ Mirko Giovanni e Isadora Maria

L’imprenditore edile Mirko Giovanni Frantoni aveva sempre desiderato possedere una casa tutta sua. Perché non costruirsela, gli chiedevano di continuo conosciuti e sconosciuti. Perché lui non voleva dover vivere in una casa della quale aveva visto i muri nudi con i tubi a vista e i pavimenti spogli prima dei rivestimenti, le finestre come buchi vuoti e le porte senza infissi: voleva trovarsela già pronta, la sua casa, e innamorarsene, punto.
Aveva risparmiato abbastanza, era il momento di lasciarsi andare all’eccitazione della cerca.
E scoprire se davvero all’agenzia immobiliare che gli era stata caldamente consigliata eran capaci di fare meraviglie: leggerti nello sguardo, le precise parole del suo amico.

L’immobiliarista Isadora Maria Castallini amava moltissimo il proprio lavoro. Adorava abbinare le case ai clienti. La vecchietta timida all’appartamento a piano terra, minuscolo ma con giardinetto per gerani e dragoncello. La coppia folle di passione alla casetta a schiera, saggiamente lontana dalle rispettive famiglie eppure comodamente vicina al paesone. Il signore distinto forse vedovo, all’attico centralissimo con vista sul duomo.
Vedere nello sguardo del cliente di turno la luce del riconoscimento: è proprio quella giusta! – le dicevano quegli occhi – finalmente l’ho trovata. La soddisfazione di quei momenti la ripagava delle sue – troppe – serate davanti alla tivù, con la sola compagnia di Vercingetorige. Il gatto.

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Vite di coppie non illustri quasi esistite, per quanto/ Priscilla e Tancredi detto “Thor”

Priscilla Carozzi aveva una famiglia orribile.
Suo papà aveva testa e cuore solo per i propri affari strampalati e mostrava sincero affetto soltanto verso l’unica persona che amava davvero: se stesso. Sua mamma non era poi così male, se non fosse che aveva completamente disimparato a pensare con la sua testa, dopo il trattamento ricevuto dal marito nonchè padre di Priscilla: semplicemente non sapeva come si faceva, a dimostrare l’amore. Suo fratello era l’epitome dell’egoismo umano: non era cattivo, piuttosto il suo mondo iniziava e finiva con il benessere della sua propria persona.
Priscilla quindi era cresciuta da sola, come un albero nato in un bosco. Non che le fossero mancati il cibo nel piatto o i vestiti per coprirsi o un tetto sopra la testa, questo no: era la considerazione, quella che non aveva avuto. Ti piace questo vestito, lo vorresti indossare? Ecco una domanda che avrebbe dimostrato considerazione. Sei proprio brava a scrivere, non vorresti farne una professione? Ecco un’altra domanda notevole che Priscilla avrebbe tanto voluto che le fosse stata rivolta, a posteriori. Il guaio, pensava Priscilla, era dover imparare così tanto da sè stessi e sulla propria pelle, oppure dai libri: a volte l’esperienza si rivelava scoraggiante. Perchè una volta scoperta una verità emozionante, era troppo tardi per riviverla: il momento era passato e lei non aveva saputo reagire appropriatamente per mancanza di informazioni.
Qualcuno al quale poter parlare senza essere giudicata. Qualcuno che la ascoltasse senza lo sguardo calcolatore di chi sta già assaporando quale pezzetto di lei pretendere in cambio di una parola distratta, un sorriso anche falso, un abbraccio insincero.
Ecco, l’ascolto: un’altra mancanza fondamentale.

“C’è un errore a pagina quarantatre, quarta riga partendo dal margine inferiore, una A anzichè una O, la parola corretta è cappello” Una cappella al posto di un cappello, i poveri bambini non ne avrebbero mai colto l’ironia. Continua a leggere

Vite di coppie non illustri e neppure esistite, per quanto/Pasquale e Desiderata

Pasquale Caruggi aveva ereditato la conduzione della AgricolViaggi – Trasporti Sicuri per i Vostri Ortaggi – dai genitori. Vivissimi entrambi e serenamente dediti a godersi la pensione, gli avevano abbandonato l’aziendina di famiglia con serenità, sicuri che – assennato come aveva dimostrato di essere – avrebbe agito anche meglio di loro.
E che Pasquale ci sapesse fare, era stato evidente fin dalla scelta dei collaboratori.

Desiderata Finelli aveva un feeling verso i numeri: li amava. Tantissimo. Aveva cominciato da piccolissima contando e ricontando matite e pennarelli, quando ancora non conosceva a menadito il sistema metrico decimale. Aveva obbligato la nonna a insegnarle a contare prima ancora di vedere da vicino un banco di scuola. Diventare contabile: ecco l’obiettivo!
Lavorava all’AgricolViaggi fin da appena diplomata: aveva informatizzato lei stessa la contabilità dell’azienda, che era passata – sotto la sua guida sapiente – dai conti scritti a mano su enormi quaderni a righe ai bilanci computerizzati archiviati su hard disk.

Pasquale se la cavava alla grande come imprenditore e gli piaceva pure. Ma tra una spedizione di arance da concorso oltreoceano e un invio di primizie alla più esclusiva delle feste,
coltivava una passione segreta di cui nessuno sospettava nulla, neppure i suoi stessi genitori: quella per la fisarmonica.
Ne possedeva una che teneva nascosta in azienda, nel suo ufficio, dietro una porta che conduceva al suo privato ripostiglio, dove nessuno aveva né il motivo né il permesso per entrare.
Aveva iniziato a prendere lezioni quando era lontano da casa, per studiare economia nella grande città. Tornato al paesello, non aveva mai svelato a nessuno la propria identità segreta: il suonatore di fisarmonica. Di questo si trattava, per lui: come Superman e Clark Kent. Di giorno impeccabile business man, di notte languido fisarmonicista con un debole per Bach.

Desiderata aveva dimenticato di stampare il bilancio trimestrale. E non riusciva a prendere sonno. Continua a leggere

Vite di coppie non illustri e neppure esistite, per quanto/Prudenza e Gerardo

Prudenza Castoldi aveva sempre desiderato saper comunicare con precisione. I desideri. I sogni. Le emozioni. Ancora bambina, aveva scoperto i misteriosi sentieri della corretta comunicazione tra uomo e donna riuscendo a farsi regalare dal proprio cugino coetaneo la sua lucente macchinina rossa: senza subdola coercizione da parte di lei nè piagnucolosi pentimenti da parte di lui. Ignoriamo purtroppo metodi e circostanze, altrimenti non avremmo omesso di raccontarveli come di praticarli noi stessi senza vergogna alcuna. Circa al termine del proprio percorso di studi in psicologia della comunicazione, nel bel mezzo di una lettera che stava scrivendo per aiutare una sua compagna di corso che non riusciva a esprimere a parole quello che il suo cuore provava, aveva capito che sopra ogni altra forma di comunicazione quella che più la interessava era l’interazione tra uomo e donna con le sue misteriose incomprensioni e i clamorosi fraintendimenti. Carola, la sua compagna di corso, e il suo Filippo, ad esempio: volevano la stessa cosa ma continuavano a sbagliare il modo di comunicarsela. Ecco, era come tra due stranieri che parlassero linguaggi differenti: ci voleva un traduttore! Lavorare come volontaria alla radio della facoltà era stato un perfetto allenamento per l’avventura entusiasmante che l’attendeva di lì a qualche giorno: una vera trasmissione radiofonica, uno spazio tutto suo presso la radio locale, un’emittente regionale con una certa pretesa d’ importanza. Aveva appena trovato il nome perfetto con cui battezzare la propria trasmissione. “Traduzioni dal cuore”. Non vedeva l’ora di iniziare.

Gerardo Fartini fin da piccolissimo aveva saputo di voler fare il dj. Si era improvvisato il suo primo impianto di trasmissione usando i propri giocattoli e una tastiera a pile: i suoi genitori avevano capito che non sarebbero mai riusciti a farne un odontoiatra e si erano arresi prima ancora che la battaglia cominciasse. Dopo la scuola, da ragazzino, andava alla radio locale a spiare i professionisti. Voleva imparare. Si era comperato un piccolo registratore portatile risparmiando la propria paghetta e registrava la sua stessa voce per correggerne i difetti e le inflessioni dialettali. Voleva essere pronto. E quando gli affidarono la sua prima vera trasmissione, un programma serale di dediche e richieste, lo era. Aveva rapidamente scalato i ranghi della radio in cui lavorava, diventando uno dei conduttori di punta. Con la sua voce calda e affascinante adesso apriva le trasmissioni al mattino presto: doveva alzarsi all’alba ma gli importava fino a un certo punto. Dimenticava la levataccia non appena apriva il microfono e cominciava il suo programma. Per tre ore, dalle sei e mezza alle nove e mezza, l’etere era il suo regno. Aveva un trucco che non aveva mai svelato a nessuno: pensava alla sua donna e parlava con lei e per lei. Questo dava alle sue parole un’intimità speciale che gli aveva creato un incredibile numero di ascoltatori. Ce l’aveva fatta. Gerardo era diventato Gerry, il dj. La sola, autentica difficoltà era che la sua donna esisteva soltanto nel suo cuore e nei suoi pensieri. Continua a leggere

Vite di non illustri nemmeno esistiti, per quanto / Imma

Aveva ripetuto la domanda fatidica così tante volte che ne aveva perso il conto.
La prima volta, aveva aspettato il 14 febbraio, l’aveva invitata fuori a cena e al momento giusto aveva fatto segno al cameriere con il quale si era accordato: champagne e torta al cioccolato erano arrivati, lui aveva tirato fuori l’anello, si era inginocchiato e gliel’aveva chiesto, sicuro della risposta. Invece, lei aveva detto di no. Aveva accettato l’anello di fidanzamento ma si era cocciutamente rifiutata di spiegargli perchè non volesse sposarlo. Lo amava? Ma sì, certo! Ti amo tantissimo, aveva risposto lei. Tu sei tutto, per me. Ma non vuoi sposarmi. Non è che non voglio, non posso. E basta.
La seconda volta, l’aveva sorpresa a scuola, dove lavorava. Le aveva portato un mazzo di peonie (fuori stagione, solo lui sapeva quel che gli era costato trovarle) e davanti alla porta chiusa della classe, con i bambini che spiavano dal vetro, gliel’aveva domandato di nuovo. E di nuovo, si era sentito rispondere di no. Gliel’aveva chiesto nel buio del cinema del paese. No. Gliel’aveva domandato una sera d’estate, al mare, di fronte a un tramonto che incendiava il cielo. No. Non posso.
Si era chiesto se ci fossero delle ragioni gravi, se lei non potesse avere figli, se gli nascondesse qualcosa di terribile: e aveva indagato con discrezione per scoprire che non c’era proprio nulla che impedisse questo matrimonio che non s’aveva da fare.
Una domenica sera, a cena con le rispettive famiglie: profumo di lasagne, giochi di bambini, risate. E una voce: Ma voi due, quand’è che vi sposate? Silenzio di lei. Anche domani, aveva risposto lui.
Lei si era alzata da tavola e se n’era andata. Continua a leggere

Vite di non illustri realmente esistiti, nonostante/ Uno Qualunque

Vado a dormire che piove fortissimo. Sono molto stanco. Non ho neanche controllato il trattore, forse non nevicherà fino a domani se mi va bene.
Mi sveglia il suono del cellulare, guardo l’ora, sono le cinque di mattina: non mi dev’essere andata bene, dopo tutto. Nevica forte, devi uscire subito, mi dicono. Faccio per accendere la luce ma non c’è corrente. Andiamo proprio bene. Mi vesto più in fretta che posso e mi faccio il caffè con la vecchia moka: il caffè è il mio vizio. Esco di casa, c’è già tanta neve per terra e nevica fittamente: se continua così sarà dura. Del resto: inverno, febbraio, Appennini. C’era da aspettarselo. Questa neve però è davvero pesante, si attacca agli stivali, ha ricoperto i cavi della luce e quelli del telefono: non vorrei essere nei panni di quelli che stanno cercando di trovare e riparare i danni alle linee elettriche. Mi viene un dubbio, rientro in casa e provo il telefono fisso: muto. Niente corrente e niente telefono. Meno male che l’acqua arriva ancora. Esco di nuovo, preparo il mezzo, salgo, accendo. La mia zona è sempre la stessa: le frazioni poco fuori dal paese, quelle verso la città. La conosco come le mie tasche: strade strette, case isolate, salite, discese. Ci sarà da far più attenzione del solito, con questa neve cattiva. Mi infilo l’auricolare del cellulare. Parto. Mi piace, di solito, questo lavoro: soldini in più per spostare la neve e liberare le strade. Mi sento un eroe. Mi piace creare varchi e piazzole dove la gente si possa fermare a montare le catene. Cerco di non chiudere gli ingressi delle case abitate anche se a volte è inevitabile. E questa volta è più difficile, ho solo i fanali del trattore; non ci sono i lampioni né le luci delle case a rischiarare, il buio è uno sconosciuto nero e indecifrabile.
Il ramo mi si para davanti all’improvviso, anche se un po’ me lo aspetto mi sorprende ugualmente, fermo il mezzo, scendo portando con me il motore, la sega insomma, lo taglio con facilità. Risalgo e sposto i due tronconi con la pala, riprendo a sgomberare la strada. Dopo un tratto, un altro ramo, questa volta più grosso. Ripeto la manfrina: mi fermo, scendo, taglio, sposto. Non sto neanche a rimettermi l’auricolare, se mi telefonano mi fermerò per rispondere. Nevica sempre più forte, i tergicristalli lavorano forsennatamente. Non so quante volte sono già sceso dal trattore per liberarmi la via dai rami e dai tronchi. Il riscaldamento non ce la fa ad asciugarmi, e ci sto mettendo molto più tempo del solito, per togliere la neve dalle strade della mia zona. Sto lavorando da ore e sono stanco.
Il tronco immenso mi sbarra la strada. Lo riconosco, è la quercia in cima alla salita del Calanco. Sul momento mi dispiace per l’albero poi capisco che non ce la farò mai, da solo, a togliere di mezzo quella montagna di legno. Prendo il cellulare, voglio avvertire il capo, il coordinatore di noi spazzaneve, mi squilla in mano: è proprio lui che mi sta chiamando. Capisco che la situazione dev’essere davvero brutta dal tono, di solito è così calmo, rassicurante. Mi descrive lo stesso incubo che sto vivendo: la neve è pesante e “collosa”, continua a scendere abbondante, ha causato danni gravissimi. Mezzo paese è senz’acqua, manca la corrente dappertutto, il telefono fisso è muto quasi ovunque, tante frazioni sono completamente isolate. Gli racconto della quercia, gli spiego che non posso proseguire. “Non tornare indietro, ancora, manderò qualcuno ad aiutarti appena possibile. Da quelle parti c’è la Casa Rosa, sai, quella vecchia casa sempre vuota: so che adesso
ci vive della gente, fermati da loro, asciugati, ti chiamo appena posso”.
Manovro il trattore per spostarlo il più possibile dal centro della carreggiata, scendo e mi accorgo che mi sono fermato poco distante dalla casa che mi ha descritto il capo. E’ enorme e buia,
il giardino è nascosto dalla neve. Apro il cancellino che dà sulla strada, non è neanche chiuso a chiave. Con la pala che mi sono portato dietro sgombero il passaggio fino alla porta d’ingresso,
non c’è un portico, una tettoia, niente.
Vedo una luce tremolante ad una finestra al piano terra, devono aver acceso delle candele.
Busso e sento dei passi all’interno.
Mentre aspetto penso a quant’è strana tutta questa storia, io che dovrei liberare i paesani in attesa dello spazzaneve mi ritrovo invece impotente in mezzo alla neve.
I passi si avvicinano. Mi preparo a spiegare, penso alla vecchietta curva che viveva qui fino a un paio d’anni fa e di colpo mi viene in mente mia nonna. Sorrido.
Se fossimo in uno dei romanzi che legge sempre di nascosto da mia mamma, adesso ad aprirmi la porta verrebbe una bella ragazza, che mi offrirebbe magari…del caffè. Il mio vizio.

La porta si apre e lei mi dice buonasera.

Vite di coppie non illustri e neppure esistite, per quanto/2 – Marta e Gianluca

Il ragioniere Marta Languzzi lavorava come contabile nell’aziendina di famiglia, la famosa LaFiFaLanguzzi Filati Favolosi. Primogenita di quattro sorelle, aveva intuito qualcosa sul proprio futuro all’età di sei anni e mezzo circa, quando babbo natale le aveva fatto trovare sotto l’albero Il Piccolo Pitagora anziché la bicicletta con il cestino che lei si era premurata di descrivere nella letterina appesa alla mensola del camino. Per amor di giustizia, bisogna aggiungere che pure le sue sorelle avevano trovato doni corrispondenti al loro ancor lontanissimo percorso aziendale: Marisa aveva ricevuto pennarelli in centoventi diverse tonalità “per scoprire la meraviglia dei colori”, per Mirella c’era stato Magliaia in Erba con tanto di uncinetti di plastica colorata e per Maddalena, tre anni e mezzo appena, un meccano da trecentosessanta enormi pezzi: qualcuno avrebbe pur dovuto occuparsi della parte tecnica!

Mentre le sue sorelle crescendo avevano accettato senza porsi troppi quesiti il proprio destino aziendale, divertendosi anzi a scoprire nuovi orizzonti filati, per Marta occuparsi della contabilità era solo un dovere, che svolgeva con diligenza perché amava la sua famiglia, perché aveva un talento eccezionale per sommare, sottrarre e moltiplicare e perché il lavoro in famiglia le permetteva quel tanto di elasticità tra orari e scadenze che la faceva sentire libera di scegliere.
Seduta alla scrivania un giorno dopo l’altro facendo quadrare i conti e il bilancio, la finestra che guardava sui campi la chiamava: quando non ne poteva più si alzava, apriva i vetri e respirava il profumo della terra. Pregustava il fine settimana, i suoi due giorni di gioia. Quarantotto ore a tutto letame.

Gianluca Peralli allevava mucche da latte nell’azienda agricola di famiglia. Lui e Marta erano stati compagni di scuola alle medie, si erano persi di vista tra agraria e ragioneria e si erano ritrovati imparentati quando Giovanni, fratello maggiore di Gianluca, aveva sposato la magliaia-non-più-tanto-in-erba Mirella. Il ricevimento nuziale si era tenuto tra i campi e il frutteto dell’Aia Giuliva, la fattoria dei Peralli.

E lì Marta aveva scoperto una vocazione, una missione, un piacere: fare l’ortolano. Tra i filari degli ultimi pomodori, i più dolci, quelli di settembre, in mezzo alle enormi piante di zucchine romanesche l’aveva trovata Gianluca: con le mani dentro la terra scura, sorridente. Da quel giorno in poi,
ogni fine settimana Marta lo passava nel proprio scampolo di orto, quello che Gianluca le aveva assegnato sui terreni di famiglia. L’avevano dissodato insieme in ottobre, concimando le zolle per le semine di primavera. Nella serra, Gianluca le aveva liberato lo spazio necessario per gli attrezzi, che le aveva regalato lui stesso: un set completo, zappe, vanghe e rastrelli con il manico rosso fuoco.
Gianluca Peralli sapeva di essere stato molto fortunato: non è da tutti intuire il proprio percorso ideale da bambini ed essere poi lasciati liberi di seguirlo senza ostacoli anzi con ogni incoraggiamento. Certo, la circostanza che la sua famiglia possedesse un’azienda agricola l’aveva aiutato parecchio a metter su il proprio allevamento: ma se piuttosto avesse desiderato diventare ingegnere aeronautico non avrebbe fatto alcuna differenza. I suoi genitori credevano nell’Amore con la A maiuscola e mai gli avrebbero posto veti. Gianluca invece l’Amore lo guardava negli occhi ogni fine settimana, lo aiutava a dissodare la terra, a seminare, a diserbare e a raccogliere a seconda della stagione. Lei lo chiamava Peralli: Peralli mi aiuti domani con i fagiolini? Peralli hai visto che pomodori quest’anno! Peralli non vedo l’ora di prendermi le ferie dall’ufficio.
Lui, la chiamava Marta ma la pensava Amoremio. Solo che non gliel’aveva mai detto.
Si era figurato la scena così tante volte, immaginando sempre uno sfondo diverso: d’autunno nelle vigne, d’estate nell’orto, in primavera nel meleto, d’inverno sotto il portico decorato a festa. Niente, non gli riusciva proprio di farsi uscire di bocca le parole. O di usarla, la bocca, per stamparle un bacio non proprio sulla guancia.
“Cosa farai a Natale?” le chiese una sera, di domenica, proprio mentre lei stava per tornare a casa sua. “Vivrò la stessa folle avventura dell’anno scorso: a casa sul divano.” rispose lei. “Quest’anno ancora più riposante: la mia famiglia partirà il 26 per andare in gita al mare d’inverno. Tre giorni tutta sola!”
Perchè non m’inviti? pensava lei. Perchè non m’inviti? stava invece pensando lui.

Non c’è niente come tacere, a volte.

Sotto l’albero, la sera del 25 lui trovò anche un pacchetto da parte di Marta: dentro, un paio di mezzi guanti di lana grezza e morbida e un biglietto scritto a mano.
Lei, trovò da parte di lui una piccola scatola di legno chiusa con un fiocco rosso: conteneva un sacchetto di sementi selezionate. E un biglietto scritto a mano.
La mattina del 26 dicembre Gianluca si era alzato prestissimo come al solito, le sue mucche non si curavano delle festività comandate. Sbrigò le sue faccende con insolita fretta.
Presentarsi a casa di Marta alle nove di mattina senza telefonare poteva non essere la migliore delle strategie di conquista: ma lui non ce la faceva più ad aspettare. Erano anni, che diamine!
La baciò non appena lei gli aprì la porta: e non proprio sulla guancia.
Lei ricambiò con uguale ardore.
Più tardi, stretti sul divano davanti al fuoco acceso nel grande camino, lui parlò per primo.
“Grazie per il regalo. Per il biglietto, soprattutto.”  disse tirandolo fuori dalla tasca dei jeans.
Se vieni a casa mia domani ti faccio vedere come si usano. Con amore, Marta.
“Il biglietto è la parte migliore anche del tuo regalo, in effetti.” sussurrò lei mostrandoglielo:
Se vieni a casa mia domani ti faccio vedere come si usano. Con amore, Gianluca.

Non c’è niente come scrivere, a volte.

Vite di coppie non illustri e neppure esistite, per quanto/1

L’erede Ponchielli, battezzato Odoacre in onore del nonno materno, si vide appioppare – al capezzale di quest’ultimo – tutta la responsabilità della conduzione della fabbrichetta di famiglia. Il Premiato Pastificio Ponchielli, fondato da Odoacre senior nella cucina della propria madre non appena tornato dalla guerra (ignoriamo, per esserci colpevolmente distratti, di quale conflitto si trattasse) era cresciuto negli anni fino ad occupare un intero palazzotto di due piani: a quello terreno impastatrici ed essiccatoi, al piano superiore uffici…e abitazione di Odoacre junior. Perchè Odoacre junior aveva infine promesso al nonno morente che mai avrebbe trascurato il PPP: ci si sarebbe anzi dedicato anima e corpo. Amen. Arrivato a quarant’anni, Odoacre junior non si era mai, mai innamorato. Certo, aveva avuto le sue cotte, sulle quali con discrezione sorvoleremo: ma non aveva mai affidato il proprio cuore e il proprio futuro ad un’altra persona. Nei suoi pensieri c’era solo il PPP. L’essiccazione dei tortiglioni. Lo spessore degli spaghettini. La ruvidezza delle tagliatelle all’uovo. Il nome giusto per il nuovo formato di pastina all’uovo, così quadrato eppure tanto irregolare.

Ortensia Benassi era diventata adulta lavorando al Premiato Pastificio. Ci era entrata come semplice segretaria all’età di 22 anni e in dodici anni di onorato servizio era diventata l’assistente personale di Odoacre. Precisa e puntuale, si occupava dell’agenda di lui con dedizione assoluta. E non solo. Gli gestiva gli appuntamenti di lavoro e gli fissava quelli dal dentista. Gli ordinava i panini per lo spuntino di mezzogiorno, attenta a che fossero gustosi ma sani. Gli rinnovava il guardaroba ad ogni cambio di stagione. Lo aspettava quando faceva molto tardi in azienda. Lo raggiungeva quando decideva di lavorare anche il sabato.
Una domenica mattina, Ortensia beveva il primo caffè della giornata nella enorme cucina della casa ereditata dalla nonna. La finestra che dava sul giardino era aperta e l’aria dell’inverno in arrivo entrava, benvenuta, dal varco tra i vetri. La mia vita è perfetta, pensò Ortensia. Possiedo una bellissima casa. Vivo da sola e faccio quello che mi pare. Decido io per me. Ho un lavoro che amo. Non mi manca proprio niente.
Tranne quello che desideri, disse una voce dentro la sua testa. Ma io non desidero altro che quello che già ho, rispose Ortensia alla nonna. Perchè la voce le era sembrata proprio la sua. Questo non è del tutto vero, continuò la nonna. Io lo so e tu lo sai. E sparì.
In effetti, c’era qualcosa che Ortensia voleva intensamente. Meglio: qualcuno.
Le braccia muscolose di Odoacre che la stringessero forte. La bocca di Odoacre sulla propria. Il cuore di Odoacre, in senso figurato, e il corpo di Odoacre in tutti i sensi.
Il suono del cellulare interruppe i pensieri improvvisamente consapevoli di Ortensia. “Potresti raggiungermi in azienda?” disse, appunto, Odoacre. “Per favore, ti prego.” E riagganciò.
Ortensia combattè brevemente una battaglia persa in partenza contro la propria stessa indignazione: la curiosità aveva già vinto.
Scovò subito Odoacre nel loro ufficio condiviso. Affacciato alla finestra spalancata, la sentì entrare e la salutò senza voltarsi. “Grazie di essere qui. Ieri sera ero a una cena di famiglia, sai? Mio fratello e sua moglie volevano annunciare a tutti noi riuniti che lei è incinta. Al dolce, mio fratello si è alzato, ha preso per mano la sua mogliettina e ha proclamato tutto fiero che tra qualche mese mamma e papà sarebbero diventati nonni e io, zio. E io mi sono subito girato verso di te per…naturalmente tu non eri là con me” disse Odoacre voltandosi verso di lei. “Se tu ci fossi stata, ti avrei abbracciata” disse lui, facendolo. “Ti avrei chiesto quando sarebbe toccato a noi l’annuncio” le mormorò all’orecchio. “Ma se non siamo neanche fidanzati!” esclamò Ortensia indietreggiando. Lo spazio improvviso tra di loro vide Odoacre piegato su un ginocchio tirar fuori di tasca una scatolina blu, aprirla e chiederle, offrendole l’anello: “Sposami.” Tipico di Odoacre.
Mentre esclamava “Sì!” Ortensia sentì la nonna ridere. E la propria voce aggiungere, fermissima: “A una condizione.” Odoacre la fissava, in attesa. “Tu ti trasferirai a casa mia e vivremo lì.”
“Ovvio” le rispose lui.
“Mica possiamo metter su famiglia sopra il PPP.”