Vite di uomini non illustri e neppure esistiti, per quanto/5

Odonto Leone non aveva mai avuto neanche la possibilità di perdonare i propri sventurati genitori. Perchè erano morti entrambi quando lui non era che un bambino. Neppure i nonni avevano potuto far fronte alle sue legittime perplessità. La ri_lettura del testamento del padre, alla quale aveva obbligato – raggiunta la maggiore età – il vecchio notaio Carolli, non aveva risolto nulla. Odonto. Ma che razza di nome col quale battezzare un neonato! Dopo un’infanzia terribile – il momento dell’appello in classe era talmente odioso che Odonto procurava di arrivare a scuola puntualmente in ritardo, accumulando una serie interminabile di richiami – e un’adolescenza passata più che altro in palestra ad imparare a tirar pugni che facessero effetto, e subito, Odonto si era fidanzato con l’unica che non gli avesse chiesto sogghignando un appuntamento per la pulizia dei denti. Ma non era durata, la storia: come un’otturazione in amalgama, si era ossidata subito.

Aveva studiato per diventare medico, Odonto, ma – per una ragione o per l’altra che ignoriamo per l’omissione di dettagli fondamentali – aveva invece finito per scegliere di seppellirsi nella piccola stazione ferroviaria del paese, dove era capostazione e tutto il resto, dato che non c’era che lui al quale chiedere biglietti, informazioni e orari. Il mestiere gli lasciava tutto il tempo necessario a dedicarsi anima mente e denti alla sua passione: recitare. Fingere di essere qualcun altro per dimenticare la propria odontità. La filodrammatica del paese sotto la sua guida aveva cambiato faccia: lui aveva selezionato gli attori e le attrici, scelto i copioni, adattato i dialoghi, trovato un pittore in gamba per allestire le scenografie. Ogni fine del mese, però, bisognava mettere in scena uno spettacolo nuovo. Odonto obbligava maestre e infermieri, panettieri e contadine, parrucchiere e commessi a provare e riprovare le proprie battute, ovunque: sull’autobus diretto a scuola, sotto il casco per la messimpiega, davanti al forno in attesa della perfetta cottura dei biscotti. Una maestra fu sopresa a dettare il Sogno di Una Notte di Mezza Estate agli scolari di terza. Nessuno poteva sfuggire alla furia creativa di Odonto: lui cercava la perfezione. Una sera di novembre, mentre la nebbia saliva dal fiume e trasformava i rami degli alberi in fantasmi, la porta del teatrino della scuola si aprì con un cigolio, reso più inquietante dal fatto che si stesse provando Il Fantasma dell’Opera. Tutti si voltarono verso l’ingresso. Il cappuccio fradicio di umidità scendendo liberò i riccioli biondi del medico del paese, la dottoressa Mella: aveva sostituito il vecchio dottor Diletto che era andato finalmente in pensione, salvando la vita a un sacco di gente. Terno! pensò Odonto riconoscendola: perchè gli altri due medici condotti erano già lì a esercitarsi. Afferrato un copione (fotocopie gentilmente offerte dalla Cartoleria La Matitona) la dottoressa Mella – “solo il cognome, per favore” – si immerse nella lettura. Odonto le diede la battuta. E lei rispose. Nel libero adattamento di Odonto del Fantasma ad un sublime finale che vedeva il trionfo dell’amore, le labbra di Erik/Raoul/Odonto incontravano finalmente quelle di Christine/Mella. E quando si staccarono in cerca d’aria, il teatrino era vuoto. Davanti a un rosso frizzante nell’unica osteria del paese ancora aperta a quell’ora, Odonto raccontò gran parte della propria vita alla dottoressa e ai suoi occhi color cioccolato. Si fermò per decenza appena gli sbadigli dell’oste si fecero sonori. Sull’uscio, afferrandole possessivamente la mano, Odonto le sussurrò sorridendo: “Non so neppure il tuo nome. Devi proprio dirmelo, almeno per scriverlo sulla locandina dello spettacolo. Avanti, non sarà mai peggio del mio.” Le fossette sulle guance della dottoressa Mella erano più deliziose e invitanti che mai. “Peggio, magari no. Uguale invece sì…visto che mi hanno battezzato Iatra.”

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