Vite di non illustri nemmeno esistiti, per quanto / Imma

Aveva ripetuto la domanda fatidica così tante volte che ne aveva perso il conto.
La prima volta, aveva aspettato il 14 febbraio, l’aveva invitata fuori a cena e al momento giusto aveva fatto segno al cameriere con il quale si era accordato: champagne e torta al cioccolato erano arrivati, lui aveva tirato fuori l’anello, si era inginocchiato e gliel’aveva chiesto, sicuro della risposta. Invece, lei aveva detto di no. Aveva accettato l’anello di fidanzamento ma si era cocciutamente rifiutata di spiegargli perchè non volesse sposarlo. Lo amava? Ma sì, certo! Ti amo tantissimo, aveva risposto lei. Tu sei tutto, per me. Ma non vuoi sposarmi. Non è che non voglio, non posso. E basta.
La seconda volta, l’aveva sorpresa a scuola, dove lavorava. Le aveva portato un mazzo di peonie (fuori stagione, solo lui sapeva quel che gli era costato trovarle) e davanti alla porta chiusa della classe, con i bambini che spiavano dal vetro, gliel’aveva domandato di nuovo. E di nuovo, si era sentito rispondere di no. Gliel’aveva chiesto nel buio del cinema del paese. No. Gliel’aveva domandato una sera d’estate, al mare, di fronte a un tramonto che incendiava il cielo. No. Non posso.
Si era chiesto se ci fossero delle ragioni gravi, se lei non potesse avere figli, se gli nascondesse qualcosa di terribile: e aveva indagato con discrezione per scoprire che non c’era proprio nulla che impedisse questo matrimonio che non s’aveva da fare.
Una domenica sera, a cena con le rispettive famiglie: profumo di lasagne, giochi di bambini, risate. E una voce: Ma voi due, quand’è che vi sposate? Silenzio di lei. Anche domani, aveva risposto lui.
Lei si era alzata da tavola e se n’era andata. Lui era uscito in giardino e mentre guardava triste le stelle pensando chissà cosa, era stato raggiunto dal padre di lei: che gli si era avvicinato, gli aveva stretto una spalla con maschia solidarietà e gli aveva detto sorridendo: “Quante volte gliel’hai già domandato, di sposarti?”
“Troppe” aveva risposto lui “E non c’è niente da ridere.”
“Sorrido” aveva ribattuto il padre di lei “solo perchè io la conosco, la ragione per cui ti risponde sempre di no”. Lui l’aveva fissato negli occhi, per metà curioso e per metà spaventato, aspettando.
L’altro uomo aveva cominciato a raccontare, lo sguardo perso nel passato.
“E’ nata che io e sua madre eravamo due ragazzini. Ci sono andato da solo, all’anagrafe, ad annunciare la sua nascita. Non sapevo niente di neonati e di battesimi. L’impiegato del comune si è messo a parlare con me, mi ha offerto da bere, abbiamo brindato, abbiamo parlato del più e del meno, poi io ho dichiarato le mie generalità e quelle della madre e che volevamo battezzare la bimba Immacolata come le nostre nonne che si chiamavano entrambe così.”
Lui l’aveva interrotto. “Ma lo so, che si chiama Immacolata! Cosa c’entra il suo nome di battesimo con il nostro matrimonio? La sposerei anche se si chiamasse Evirata!” aveva esclamato con rabbia.
Il padre di Imma aveva continuato il proprio racconto senza curarsi dell’interruzione.
“L’ufficiale dell’anagrafe aveva appena cambiato auto. Non faceva che parlarne. E i sedili e il colore e la velocità. Quando ha scritto il nome di Imma deve essersi confuso e io non me ne sono accorto. Non si chiama Immacolata. Si chiama Immatricolata. E non vuole che tu lo sappia. Non ti dico cos’è stata l’infanzia per lei: per fortuna in paese ci conosciamo tutti e tutti ci hanno dato una mano. Tutti l’hanno sempre chiamata soltanto Imma.”
I due uomini si guardano e stavolta sorridono entrambi.
“Adesso conosci il suo segreto. Vai da lei e salvala.”
Lui era rientrato in casa e aveva trovato Imma in cucina. L’aveva presa per mano e l’aveva portata fuori senza dire una parola.
L’aveva fatta sedere vicino a lui sui gradini di pietra del portico.
Le aveva preso il viso tra le proprie mani, l’aveva baciata sulle labbra poi, fissandola negli occhi, le aveva detto:
“E allora, come la vuoi la targa della nostra prima familiare, Immatricolata?”

Avevano aspettato l’autunno, per il matrimonio.
E a denunciare la nascita del loro primogenito, c’erano andati insieme.
Non si sa mai.

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4 pensieri su “Vite di non illustri nemmeno esistiti, per quanto / Imma

  1. Dimmi che lo fai di mestiere, e poi mandami una mail coi titoli dei tuoi libri. Se non è così, sappi che sei mille volte meglio della maggior parte di ciò che viene stampato (e no, non sono gentile, non adulo, non me ne viene niente, ma sei fottutamente brava)

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    • Grazie! Grazie di vero cuore. Sì, è vero: scrivo per vivere. Scrivo testi. Di libri me ne hanno pubblicato uno, ti manderò una mail con il kindle-link.
      Grazie ancora, non sai che piacere.

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  2. Ho pianto di gioia, di stupore, di meraviglia, preso dal tuo racconto come non puoi immaginare. Ho pianto, si, e questa volta per un motivo serio e vero.

    Mandi il titolo del tuo libro anche a me? Non saprei come ringraziarti, davvero.

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