Vite di coppie non illustri e neppure esistite, per quanto/2 – Marta e Gianluca

Il ragioniere Marta Languzzi lavorava come contabile nell’aziendina di famiglia, la famosa LaFiFaLanguzzi Filati Favolosi. Primogenita di quattro sorelle, aveva intuito qualcosa sul proprio futuro all’età di sei anni e mezzo circa, quando babbo natale le aveva fatto trovare sotto l’albero Il Piccolo Pitagora anziché la bicicletta con il cestino che lei si era premurata di descrivere nella letterina appesa alla mensola del camino. Per amor di giustizia, bisogna aggiungere che pure le sue sorelle avevano trovato doni corrispondenti al loro ancor lontanissimo percorso aziendale: Marisa aveva ricevuto pennarelli in centoventi diverse tonalità “per scoprire la meraviglia dei colori”, per Mirella c’era stato Magliaia in Erba con tanto di uncinetti di plastica colorata e per Maddalena, tre anni e mezzo appena, un meccano da trecentosessanta enormi pezzi: qualcuno avrebbe pur dovuto occuparsi della parte tecnica!

Mentre le sue sorelle crescendo avevano accettato senza porsi troppi quesiti il proprio destino aziendale, divertendosi anzi a scoprire nuovi orizzonti filati, per Marta occuparsi della contabilità era solo un dovere, che svolgeva con diligenza perché amava la sua famiglia, perché aveva un talento eccezionale per sommare, sottrarre e moltiplicare e perché il lavoro in famiglia le permetteva quel tanto di elasticità tra orari e scadenze che la faceva sentire libera di scegliere.
Seduta alla scrivania un giorno dopo l’altro facendo quadrare i conti e il bilancio, la finestra che guardava sui campi la chiamava: quando non ne poteva più si alzava, apriva i vetri e respirava il profumo della terra. Pregustava il fine settimana, i suoi due giorni di gioia. Quarantotto ore a tutto letame.

Gianluca Peralli allevava mucche da latte nell’azienda agricola di famiglia. Lui e Marta erano stati compagni di scuola alle medie, si erano persi di vista tra agraria e ragioneria e si erano ritrovati imparentati quando Giovanni, fratello maggiore di Gianluca, aveva sposato la magliaia-non-più-tanto-in-erba Mirella. Il ricevimento nuziale si era tenuto tra i campi e il frutteto dell’Aia Giuliva, la fattoria dei Peralli.

E lì Marta aveva scoperto una vocazione, una missione, un piacere: fare l’ortolano. Tra i filari degli ultimi pomodori, i più dolci, quelli di settembre, in mezzo alle enormi piante di zucchine romanesche l’aveva trovata Gianluca: con le mani dentro la terra scura, sorridente. Da quel giorno in poi,
ogni fine settimana Marta lo passava nel proprio scampolo di orto, quello che Gianluca le aveva assegnato sui terreni di famiglia. L’avevano dissodato insieme in ottobre, concimando le zolle per le semine di primavera. Nella serra, Gianluca le aveva liberato lo spazio necessario per gli attrezzi, che le aveva regalato lui stesso: un set completo, zappe, vanghe e rastrelli con il manico rosso fuoco.
Gianluca Peralli sapeva di essere stato molto fortunato: non è da tutti intuire il proprio percorso ideale da bambini ed essere poi lasciati liberi di seguirlo senza ostacoli anzi con ogni incoraggiamento. Certo, la circostanza che la sua famiglia possedesse un’azienda agricola l’aveva aiutato parecchio a metter su il proprio allevamento: ma se piuttosto avesse desiderato diventare ingegnere aeronautico non avrebbe fatto alcuna differenza. I suoi genitori credevano nell’Amore con la A maiuscola e mai gli avrebbero posto veti. Gianluca invece l’Amore lo guardava negli occhi ogni fine settimana, lo aiutava a dissodare la terra, a seminare, a diserbare e a raccogliere a seconda della stagione. Lei lo chiamava Peralli: Peralli mi aiuti domani con i fagiolini? Peralli hai visto che pomodori quest’anno! Peralli non vedo l’ora di prendermi le ferie dall’ufficio.
Lui, la chiamava Marta ma la pensava Amoremio. Solo che non gliel’aveva mai detto.
Si era figurato la scena così tante volte, immaginando sempre uno sfondo diverso: d’autunno nelle vigne, d’estate nell’orto, in primavera nel meleto, d’inverno sotto il portico decorato a festa. Niente, non gli riusciva proprio di farsi uscire di bocca le parole. O di usarla, la bocca, per stamparle un bacio non proprio sulla guancia.
“Cosa farai a Natale?” le chiese una sera, di domenica, proprio mentre lei stava per tornare a casa sua. “Vivrò la stessa folle avventura dell’anno scorso: a casa sul divano.” rispose lei. “Quest’anno ancora più riposante: la mia famiglia partirà il 26 per andare in gita al mare d’inverno. Tre giorni tutta sola!”
Perchè non m’inviti? pensava lei. Perchè non m’inviti? stava invece pensando lui.

Non c’è niente come tacere, a volte.

Sotto l’albero, la sera del 25 lui trovò anche un pacchetto da parte di Marta: dentro, un paio di mezzi guanti di lana grezza e morbida e un biglietto scritto a mano.
Lei, trovò da parte di lui una piccola scatola di legno chiusa con un fiocco rosso: conteneva un sacchetto di sementi selezionate. E un biglietto scritto a mano.
La mattina del 26 dicembre Gianluca si era alzato prestissimo come al solito, le sue mucche non si curavano delle festività comandate. Sbrigò le sue faccende con insolita fretta.
Presentarsi a casa di Marta alle nove di mattina senza telefonare poteva non essere la migliore delle strategie di conquista: ma lui non ce la faceva più ad aspettare. Erano anni, che diamine!
La baciò non appena lei gli aprì la porta: e non proprio sulla guancia.
Lei ricambiò con uguale ardore.
Più tardi, stretti sul divano davanti al fuoco acceso nel grande camino, lui parlò per primo.
“Grazie per il regalo. Per il biglietto, soprattutto.”  disse tirandolo fuori dalla tasca dei jeans.
Se vieni a casa mia domani ti faccio vedere come si usano. Con amore, Marta.
“Il biglietto è la parte migliore anche del tuo regalo, in effetti.” sussurrò lei mostrandoglielo:
Se vieni a casa mia domani ti faccio vedere come si usano. Con amore, Gianluca.

Non c’è niente come scrivere, a volte.

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