Funny Friday/2

Proudly showing off his new apartment to a couple of his friends late one night, the drunk led the way to his bedroom where there was a big brass gong.

“What’s that big brass gong for?” one of the guests asked.

“It’s not a gong. It’s a talking clock,” the drunk replied.

“A talking clock? Seriously?” asked his astonished friend.

“Yup,” replied the drunk.

“How’s it work?” the second guest asked, squinting at it.

“Watch,” the man said. He picked up a hammer, gave it an ear shattering pound and stepped back.

The three stood looking at one another for a moment. Suddenly, someone on the other side of the wall screamed,”You friggin’ IDIOT!…it’s ten past three in the morning!”

Thanks, LJ!

Fun Friday/1

A blonde walks into a bank in New York City and asks for the Loan officer.
She says she’s going to Europe on business for two weeks and needs to borrow $5,000.

The bank officer says the bank will need some kind of security for the loan, so the blonde hands over the keys to a new Mercedes Benz.

The car is parked on the street in front of the bank, she has the title and everything checks out. The bank agrees to accept the car collateral for the loan.

The bank’s president and its officers all enjoy a good laugh at the blond for using a $110,000 Benz as collateral against a $5,000 loan.

An employee of the bank then proceeds to drive the Benz into the bank’s underground garage and parks it there. Two weeks later, the blonde returns, repays the $5,000 and the interest, which comes to $15.41.

The loan officer says, “Miss, we are very happy to have had your business, and this transaction has worked out very nicely, but we are a little puzzled. While you were away, we checked you out and found that you are a multimillionaire. So, why would you bother to borrow $5,000?”

The blonde replies, “Where else in New York City can I park my car for two weeks for only $15.41 and expect it to be there when I return?”

Aha. Finally, a smart blonde joke. Thanks, LJ!

Vite di uomini non illustri e neppure esistiti, per quanto/5

Odonto Leone non aveva mai avuto neanche la possibilità di perdonare i propri sventurati genitori. Perchè erano morti entrambi quando lui non era che un bambino. Neppure i nonni avevano potuto far fronte alle sue legittime perplessità. La ri_lettura del testamento del padre, alla quale aveva obbligato – raggiunta la maggiore età – il vecchio notaio Carolli, non aveva risolto nulla. Odonto. Ma che razza di nome col quale battezzare un neonato! Dopo un’infanzia terribile – il momento dell’appello in classe era talmente odioso che Odonto procurava di arrivare a scuola puntualmente in ritardo, accumulando una serie interminabile di richiami – e un’adolescenza passata più che altro in palestra ad imparare a tirar pugni che facessero effetto, e subito, Odonto si era fidanzato con l’unica che non gli avesse chiesto sogghignando un appuntamento per la pulizia dei denti. Ma non era durata, la storia: come un’otturazione in amalgama, si era ossidata subito.

Aveva studiato per diventare medico, Odonto, ma – per una ragione o per l’altra che ignoriamo per l’omissione di dettagli fondamentali – aveva invece finito per scegliere di seppellirsi nella piccola stazione ferroviaria del paese, dove era capostazione e tutto il resto, dato che non c’era che lui al quale chiedere biglietti, informazioni e orari. Il mestiere gli lasciava tutto il tempo necessario a dedicarsi anima mente e denti alla sua passione: recitare. Fingere di essere qualcun altro per dimenticare la propria odontità. La filodrammatica del paese sotto la sua guida aveva cambiato faccia: lui aveva selezionato gli attori e le attrici, scelto i copioni, adattato i dialoghi, trovato un pittore in gamba per allestire le scenografie. Ogni fine del mese, però, bisognava mettere in scena uno spettacolo nuovo. Odonto obbligava maestre e infermieri, panettieri e contadine, parrucchiere e commessi a provare e riprovare le proprie battute, ovunque: sull’autobus diretto a scuola, sotto il casco per la messimpiega, davanti al forno in attesa della perfetta cottura dei biscotti. Una maestra fu sopresa a dettare il Sogno di Una Notte di Mezza Estate agli scolari di terza. Nessuno poteva sfuggire alla furia creativa di Odonto: lui cercava la perfezione. Una sera di novembre, mentre la nebbia saliva dal fiume e trasformava i rami degli alberi in fantasmi, la porta del teatrino della scuola si aprì con un cigolio, reso più inquietante dal fatto che si stesse provando Il Fantasma dell’Opera. Tutti si voltarono verso l’ingresso. Il cappuccio fradicio di umidità scendendo liberò i riccioli biondi del medico del paese, la dottoressa Mella: aveva sostituito il vecchio dottor Diletto che era andato finalmente in pensione, salvando la vita a un sacco di gente. Terno! pensò Odonto riconoscendola: perchè gli altri due medici condotti erano già lì a esercitarsi. Afferrato un copione (fotocopie gentilmente offerte dalla Cartoleria La Matitona) la dottoressa Mella – “solo il cognome, per favore” – si immerse nella lettura. Odonto le diede la battuta. E lei rispose. Nel libero adattamento di Odonto del Fantasma ad un sublime finale che vedeva il trionfo dell’amore, le labbra di Erik/Raoul/Odonto incontravano finalmente quelle di Christine/Mella. E quando si staccarono in cerca d’aria, il teatrino era vuoto. Davanti a un rosso frizzante nell’unica osteria del paese ancora aperta a quell’ora, Odonto raccontò gran parte della propria vita alla dottoressa e ai suoi occhi color cioccolato. Si fermò per decenza appena gli sbadigli dell’oste si fecero sonori. Sull’uscio, afferrandole possessivamente la mano, Odonto le sussurrò sorridendo: “Non so neppure il tuo nome. Devi proprio dirmelo, almeno per scriverlo sulla locandina dello spettacolo. Avanti, non sarà mai peggio del mio.” Le fossette sulle guance della dottoressa Mella erano più deliziose e invitanti che mai. “Peggio, magari no. Uguale invece sì…visto che mi hanno battezzato Iatra.”

Vite di donne non illustri e neppure esistite, per quanto/3

Ellora Calvelli aveva 35 anni, una gran massa di capelli rossi che nessuno aveva mai visto tranne lei
e lavorava in biblioteca.
La biblioteca del paese era minuscola ma ben fornita, grazie soprattutto all’impegno di Ellora.
Sola, senz’altri parenti che un fratello carissimo dotato di moglie, figlia, appartamento e occupazione in città, Ellora doveva preoccuparsi più che altro di se stessa e della casetta ereditata dai genitori.
Entrambe richiedevano poca manutenzione, la seconda più della prima tuttavia.
Nella biblioteca, la sezione dedicata alla narrativa era la più ricca e la più curata.
Perchè Ellora amava le vite degli altri.
Attraverso le pagine scritte aveva attraversato frontiere, salvato donne in pericolo, svelato segreti, raccolto confessioni. Aveva viaggiato su transatlantici destinati al naufragio, era salita su treni in partenza per il domani, aveva imparato a cavalcare nelle praterie selvagge. Ma sopra ogni altro evento, aveva amato. Tantissimo.
Aveva baciato labbra frementi. Aveva accarezzato mani passionali.
Aveva sospirato, riso, gridato, pianto.
Aveva persino partorito.
Mentre aspettava di ricevere e distribuire i libri, seduta composta alla reception della biblioteca, Ellora leggeva. Velocissima, abbracciava le pagine con i suoi occhi voraci, ogni giorno vivendo la vita che si era scelta dagli scaffali. Fino a sera.
Un giro di controllo, chiudere il portoncino, verso casa per la strada più lunga, quella che costeggia il bosco e passa proprio vicina all’abitazione del ragionier Zanfossi. Il ragionier Casimiro Zanfossi, maresciallo contabile dell’esercito in congedo permanente, aveva con Elvira un patto scellerato.
Tutti i libri che leggeva la vedova Martelli, anche Casimiro doveva leggerli. Per poter condividere con la vedova un’opinione, un parere, un’idea. Perchè il piano per la conquista della vedova Martelli prevedeva per il ragioniere un solo esito: la resa di lei senza condizioni. Di solito, il ragionier Zanfossi passava dalla biblioteca un paio di volte alla settimana, per prendere in prestito i libri o ritirare i riassunti – completi di passi salienti – preparati da Ellora. Ma era caduto dal castagno di fronte alla casa della vedova Martelli mentre cercava di convincerne il gatto a tornare a terra: uno scatto di Agenore (il gatto) e il ragionier Zanfossi aveva perso la dignità e l’uso – temporaneo – della caviglia sinistra.
Ellora suonò il campanello di casa Zanfossi e si dispose serenamente in attesa: del passo incerto e zoppicante del ragioniere. La porta invece si aprì di colpo e Ellora perse la parola.
Perchè di fronte a lei stava l’uomo più bello che lei avesse mai visto in carne e ossa. Più carne, così, a occhio.
Un poster a grandezza naturale di fascino virile. “Desidera?” disse l’apparizione.
“Ellora, è lei?” gridò il ragionier Zanfossi dall’interno della casa.
Sì, disse rauca Ellora sorridendo esitante al fusto.
“Falla entrare, Massimiliano” urlò il ragioniere.
Massimiliano, scoprì subito Ellora, era il figlio del ragionier Zanfossi. Tutto sua madre, di certo: si ritrovò a pensare Ellora. Come attribuire alla calva gentilezza del magrissimo Casimiro quella genesi di maschia potenza? Il ragioniere li presentò tutto sorridente, ritirando felice i libri dalle mani di Ellora e spiegandole garrulo che il figlio, anche lui, era in congedo permanente e si era appena trasferito in paese. “Vivrà qui con me, Ellora, pensi! E fa un mestiere bellissimo, sa? Il giardiniere!” La mente perversa di Ellora fu attraversata da un desiderio di potature e sfalci a cui Massimiliano diede subito voce: “Tu hai un giardino?” Ellora non rispose “sì e assetato”, disse invece: “Sì, molto trascurato, in effetti.”
“Ti accompagno così dò subito un’occhiata” rispose lui pratico e concreto afferrando la giacca.
Il silenzio e il passo condiviso. L’odore dell’autunno e il suono dei respiri.
La casetta di Ellora, dietro una curva. Il giardino: erbacce foglie secche alberi ignorati.
“C’è moltissimo da fare” disse Massimiliano mentre toglieva ad una ad una le forcine dai capelli strettamente raccolti di Ellora.
Sì, rispose rauca lei.
“Ma io non mi lascio sconfiggere” sussurrò lui mentre le liberava intento i capelli usando entrambe le mani.
Lo immaginavo, gli disse Ellora scuotendo le chiome rosse nella luce del tramonto d’ottobre.
“Comincio subito, se sei d’accordo” chiese lui gentile mentre le prendeva le mani nelle proprie.
Non aspettare un altro minuto,
dichiarò Ellora liberando una mano per chiudersi alle spalle la porta di casa.

Il ragionier Zanfossi li aveva spiati mentre camminavano vicini, la bibliotecaria e il giardiniere.

“Non saprò salvare i gatti” aveva detto orgoglioso alla propria immagine riflessa nello specchio dell’ingresso “ma per le damigelle in pericolo sono sempre il migliore!”

Tears

Che il desiderio di emozione porta alle parole.
Che le parole portano alla ricerca.
Che la ricerca porta al passato.
Che il passato porta ai ricordi.

I ricordi fanno male.
Fanno bene.
I ricordi sono tutto.
Sono niente.

Che non si possono cambiare.
Scambiali, allora.
Scambiali oggi.
Con l’amore.

Vite di uomini non illustri e neppure esistiti, per quanto/4

Sebastiano Zani venne allevato dalla nonna.
Perchè, quando Sebastiano aveva appena compiuto tre anni,
i suoi legittimi e avventurosi genitori eran partiti:
diretti in Australia a cercar fortuna,
lasciandosi alle spalle il bambino, la nonna, la fattoria di famiglia e il piccolo gregge di pecore da concorso.
La trovarono, la fortuna, dato che non tornarono mai più al paesello.
Eran tempi, quelli, in cui la rete poteva avvilupparti solo dal vivo e fisicamente.
La nonna, che era un tipo ardimentoso, non si perse d’animo e si dedicò al nipote con tutta se stessa: il senso dell’umorismo non le mancava, responsabilità era il suo secondo nome, di forza ne aveva da vendere.
Aveva però un difetto, certo non l’unico ma a noi di questo soltanto è stato raccontato:
era superstiziosa.
Tra sale gettato tre volte alle spalle e chicchi di grandine raccolti nel pieno del temporale, Sebastiano crebbe ugualmente sano e forte. Solo che ignorava il grado di perfezione che i due aggettivi avevano potuto raggiungere nella sua persona: perchè nella casetta sua e della nonna non esistevano specchi.
Il miglior sistema trovato dalla nonna per evitare rotture e conseguenti sette paventati anni di guai.
La nonna non era eterna, purtroppo:
al funerale, nel minuscolo cimitero del paesello,
Sebastiano si sentiva addosso gli occhi di tutti i suoi compaesani.
Si sbagliava.
Erano gli occhi di tutte.
Alto.
Biondo.
Occhi blu.
Le spalle occupavano tutto lo spazio che misurava un sospiro femminile mentre usciva molto lentamente dai polmoni.
Le mani, furono ben descritte dalla moglie del fornaio, che disse: Saprei io cosa fargli impastare, con quelle manone.
Donna di polso!
Insomma, nella casetta al limitar del bosco dove Sebastiano viveva ora tutto solo,
cominciò dopo il funerale della nonna
un peregrinar di donne a portare vivande.
Pani di ogni forma e dimensione.
Torte e biscotti profumati di zucchero e burro.
Sformati di verdura dalla crosta croccantina.
Ogni donna, ogni ragazza faceva a gara nel compito grato di sfamare quel povero ragazzo rimasto tutto solo a badare alla fattoria e al gregge. Quale miglior ricompensa di dargli una bella sbirciata mentre le ringraziava? Chi si accontenta gode, del resto.
Solo una, non cucinò pani nè torte nè biscotti.
La maestra giovane, come la chiamavano e che insegnava nella piccola scuola multiclasse del paese. Vi era stata trasferita dalla città solo l’autunno precedente, giusto allo scoccare dell’età della pensione per la maestra vecchia.
Non che non sapesse cucinare, anzi.
Solo che voleva essere l’unica, a farlo per lui.
Ma Sebastiano era stato cresciuto dalla nonna a pane, formaggio… e libri.
Aveva cominciato a leggere da piccolissimo, e quando gli altri bambini del paese cominciavano la scuola primaria, lui già sapeva di pirati e corsari neri e sommergibili e isole misteriose.
Imparò un giorno che i treni non portano solo a destinazione.
Scoprì che le famiglie potevano anche essere un peso insopportabile.
Pianse e rise, e desiderò un sentimento e la sua emozione.
Quel giorno al cimitero mentre diceva addio alla nonna, si era sentito addosso un paio d’occhi più vivi che mai. Verdi, aveva visto girandosi.
La maestra giovane aveva appunto i capelli rossi e gli occhi verdi.
E mentre le donne del paese gli preparavano chi la colazione, chi il pranzo e la cena,
Sebastiano apriva la porta della scuoletta nell’ora perfetta: quando i bambini erano appena usciti,
lasciando la maestra tutta sola dentro l’aula profumata di gesso e matite
a raccogliere fogli e quaderni.
Una rosa è una rosa è una rosa, aveva imparato Sebastiano.
Una rosa per Margherita, disse fissando gli occhi verdi che si eran piantati nei suoi.

Le donne smisero di portar pietanze alla casetta.

Nella bacheca del municipio furono affisse le partecipazioni.

E sopra il lavabo nel bagno della casetta appena ridipinto,
uno specchio:
grande abbastanza per due.

Fuoco e fiamme

Appena ti ho visto, ti ho desiderato.
La tua forza.
Il tuo splendido aspetto.
Sapere con certezza che ti saresti acceso per me. Sempre.
Ti ho portato a casa con me. Anche se mi è costato, lo confesso.
Ti ho trattato con ogni cura.
A volte, forse, sono stata un po’ rude: ma tu sei fatto d’acciaio!
E il mio rispetto non ti è certo mancato: ho messo ogni impegno per non lasciarti neppure un graffio.
So che non c’è mai da aspettarsi la gratitudine…che almeno tu non cadessi a pezzi, però!

Eldslaga di Ikea, 
che delusione di fornello sei stato.

Ti hanno ridisegnato, ho notato: più ergonomico, più funzionale.
Quasi quasi, ci riprovo.

L’anniversario

Lei apre la portafinestra che dà sul giardino ed esce. Cerca il buio.
Fuori, il sole è solo un ricordo rosa all’orizzonte.
Lui la vede dall’altro lato della stanza piena di voci, musica, rumore e vita. Attraversa la stanza con lo sguardo fisso su di lei che se ne va.
La segue all’esterno ma non vuole che lei se ne accorga. Deve, vuole sorprenderla.

Sono vent’anni che sono sposati e questa sera stanno festeggiando l’anniversario.
Lui pensa a lei. E spera. E desidera.
E ricorda.

La chiesa minuscola, illuminata appena: forse quattro lampadine in alto, tante candele accese vicino all’altare.
La sera di dicembre, insolita, per niente fredda.
Vestirsi insieme nella stessa stanza, chè le superstizioni non fanno per loro.
Pure gli abiti per quella sera speciale, hanno scelto insieme:
troppo giovani e troppo innamorati per lasciarsi scoraggiare dagli avvertimenti, dai consigli non cercati.
Arrivare insieme davanti alla chiesa.
E quel rito, è solo per le famiglie: perchè loro si son già detti , in municipio, loro due soltanto e i testimoni. Sono sposati già da due mesi, ormai: ma hanno deciso che sarà la data di quella sera che ricorderanno.

Lui la scorge, immobile nell’ombra complice del presente.
Il giardino profuma di terra umida, l’aria sa di legna bruciata e d’inverno.
La raggiunge e la abbraccia da dietro. La stringe.
Lei gli si appoggia contro.
Lui le prende la mano sinistra, toglie qualcosa dalla tasca dei pantaloni.
Glielo fa scivolare al dito: è la chiusura di una lattina di birra, un po’ storta, tutta ossidata.
Viene diretta da quella sera d’autunno in cui le ha chiesto di sposarlo e non aveva neanche l’anello.
Lei si guarda la mano e ride. “Dovevo immaginarlo, che l’avevi tu.”
“L’hai cercato?”
“Sì, volevo farti una sorpresa, stasera.”
“Ma sono arrivato prima io!”
Lei gli si gira tra le braccia, lui bacia il suo sorriso.
“Rifaresti tutto quanto?” gli chiede.
“Certo! Tu no?”
“Oh sì. Tutto. Solo…”

“Cosa?” le domanda lui.

“Ci metterei più amore.”
 

Vite di donne non illustri e neppure esistite, per quanto/2

Arguzia Corelli seppe con certezza che avrebbe fatto la levatrice quando ancora non poteva neppure chiamare per nome la sua ambizione.
Una sera tra l’estate e l’autunno, stava dormendo tranquilla nella stalla, di nascosto dalla famiglia, quando un gran trambusto l’aveva svegliata: c’era una mucca che doveva partorire e se era stato chiamato il veterinario era segno che qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Le zampe, probabilmente. Quelle del vitello con tanto di zoccoli.
Protetta dal divisorio di legno e agevolata da un bel buco nell’asse malridotta, Arguzia assistette a tutta la faccenda, per nulla disgustata. Il veterinario, un dottorino talmente giovane che pareva suo fratello maggiore, aveva parlato per tutto il tempo sommessamente con la mucca. La sua voce calda aveva descritto con tono gentile alla mucca, e ad Arguzia, l’intera procedura: Arguzia, che era parecchio sveglia come del resto si racconta, mise insieme una frase con l’altra e capì che anche le donne facevano quella fatica lì, per far nascere i bambini. Uscì dal suo nascondiglio quando nella stalla rimase solo il veterinario e gli fece a bruciapelo un paio di domande di quelle che agli adulti non si potevan porre: lui la guardò serio, poi le rispose.
Da quel giorno, Arguzia e il veterinario divennero amici.
Lui le portava dei libri, e un giorno si prese la briga di dire ai suoi genitori che Arguzia doveva continuare a studiare perchè se lo meritava. La mamma di Arguzia aveva una zia che viveva in paese e la ragazzina vi si trasferì: era triste perchè lasciava le sue montagne ma non così triste. Il dottorino andava sempre a trovarla, e insieme ai libri le portava anche un fiore.
Arguzia e il dottorino si sposarono d’ottobre, perchè a lei piaceva l’autunno e a lui piaceva tutto quello che rendeva felice lei. Tornarono al paese insieme e andarono a vivere nella casetta di lui: il veterinario e la levatrice.
Diplomata, eh!

L’amore che resta

E’ stato in una sera d’estate come questa che l’ho incontrata.
Un tramonto identico a quello che sto fissando ora, mi ha visto prenderle la mano per la prima volta.
In una notte di agosto fredda come questa le ho dato il mio primo bacio.
Una sera di settembre in pizzeria mi sono inginocchiato, ho fatto un anello con la chiusura della lattina di birra e le ho chiesto di sposarmi.
Otto giorni prima di Natale, di sera, in una chiesa piccola, fredda e buia, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo promessi, di nuovo, l’amore.
In una mattina di agosto è nata la nostra bambina.
E’ di nuovo estate, e io la guardo camminare tra l’erba.

Il gesto con cui si sposta i capelli dietro le orecchie.
Lo sguardo diffidente che mi scruta dietro le lenti degli occhiali da vista.
Il desiderio di piacere, a se stessa, a me.
Il canto sommesso e stonato a mezza voce quando si concentra intensamente.
La capacità di vedere attraverso e oltre le corazze emotive.
La mia bambina. Ma non solo mia.

Non me ne staccherò mai veramente, dalla mia donna grande che mi ha reso padre, che ha fatto la mia piccolina: di lei e in lei riconosco gesti e abitudini. Sarà mia per sempre, mia e dell’amore.

L’amore, quello che ho dato, quello che ho preso.
Quello che so di avere ancora.
L’amore che non posso, non voglio, non devo lasciare andare.

L’amore che resta.