Funny Friday/12

Sipping her drink, the single girl leered and said, “Last Friday at the end of the work day I went to my boyfriend’s office wearing a leather coat. When all the other people had left, I slipped out of it and all I had on was a leather bodice, black stockings and stiletto heels. He was so aroused that we made passionate love on his desk right then and there!”

The engaged woman giggled and said, “That’s pretty much my story! When my fiance got home last Friday, he found me waiting for him in a black mask, leather bodice, black hose and stiletto pumps. He was so turned on that we not only had sex all night, he wants to move up our wedding date!”

The married woman put her glass down and said, “I did a lot of planning. I made arrangements for the kids to stay over at Grandma’s. I took a long scented-oil bath and then put on my best perfume. I slipped into a tight leather bodice, a black garter belt, black stockings and six-inch stilettos. I finished it off with a black mask. When my husband got home from work, he grabbed a beer and the remote, sat down and yelled:

“Hey, Batman, what’s for dinner?”

Vite di non illustri nemmeno esistiti, per quanto / Imma

Aveva ripetuto la domanda fatidica così tante volte che ne aveva perso il conto.
La prima volta, aveva aspettato il 14 febbraio, l’aveva invitata fuori a cena e al momento giusto aveva fatto segno al cameriere con il quale si era accordato: champagne e torta al cioccolato erano arrivati, lui aveva tirato fuori l’anello, si era inginocchiato e gliel’aveva chiesto, sicuro della risposta. Invece, lei aveva detto di no. Aveva accettato l’anello di fidanzamento ma si era cocciutamente rifiutata di spiegargli perchè non volesse sposarlo. Lo amava? Ma sì, certo! Ti amo tantissimo, aveva risposto lei. Tu sei tutto, per me. Ma non vuoi sposarmi. Non è che non voglio, non posso. E basta.
La seconda volta, l’aveva sorpresa a scuola, dove lavorava. Le aveva portato un mazzo di peonie (fuori stagione, solo lui sapeva quel che gli era costato trovarle) e davanti alla porta chiusa della classe, con i bambini che spiavano dal vetro, gliel’aveva domandato di nuovo. E di nuovo, si era sentito rispondere di no. Gliel’aveva chiesto nel buio del cinema del paese. No. Gliel’aveva domandato una sera d’estate, al mare, di fronte a un tramonto che incendiava il cielo. No. Non posso.
Si era chiesto se ci fossero delle ragioni gravi, se lei non potesse avere figli, se gli nascondesse qualcosa di terribile: e aveva indagato con discrezione per scoprire che non c’era proprio nulla che impedisse questo matrimonio che non s’aveva da fare.
Una domenica sera, a cena con le rispettive famiglie: profumo di lasagne, giochi di bambini, risate. E una voce: Ma voi due, quand’è che vi sposate? Silenzio di lei. Anche domani, aveva risposto lui.
Lei si era alzata da tavola e se n’era andata. Continua a leggere

Funny Friday/11

Did you know this about leather dresses?

Do you know when a woman wears a leather dress,
a man’s heart beats quicker, his throat gets dry, he gets weak in the knees and he begins to think irrationally?

Ever wonder why?

It’s because… she smells like new truck.

Vite di non illustri realmente esistiti, nonostante/ Uno Qualunque

Vado a dormire che piove fortissimo. Sono molto stanco. Non ho neanche controllato il trattore, forse non nevicherà fino a domani se mi va bene.
Mi sveglia il suono del cellulare, guardo l’ora, sono le cinque di mattina: non mi dev’essere andata bene, dopo tutto. Nevica forte, devi uscire subito, mi dicono. Faccio per accendere la luce ma non c’è corrente. Andiamo proprio bene. Mi vesto più in fretta che posso e mi faccio il caffè con la vecchia moka: il caffè è il mio vizio. Esco di casa, c’è già tanta neve per terra e nevica fittamente: se continua così sarà dura. Del resto: inverno, febbraio, Appennini. C’era da aspettarselo. Questa neve però è davvero pesante, si attacca agli stivali, ha ricoperto i cavi della luce e quelli del telefono: non vorrei essere nei panni di quelli che stanno cercando di trovare e riparare i danni alle linee elettriche. Mi viene un dubbio, rientro in casa e provo il telefono fisso: muto. Niente corrente e niente telefono. Meno male che l’acqua arriva ancora. Esco di nuovo, preparo il mezzo, salgo, accendo. La mia zona è sempre la stessa: le frazioni poco fuori dal paese, quelle verso la città. La conosco come le mie tasche: strade strette, case isolate, salite, discese. Ci sarà da far più attenzione del solito, con questa neve cattiva. Mi infilo l’auricolare del cellulare. Parto. Mi piace, di solito, questo lavoro: soldini in più per spostare la neve e liberare le strade. Mi sento un eroe. Mi piace creare varchi e piazzole dove la gente si possa fermare a montare le catene. Cerco di non chiudere gli ingressi delle case abitate anche se a volte è inevitabile. E questa volta è più difficile, ho solo i fanali del trattore; non ci sono i lampioni né le luci delle case a rischiarare, il buio è uno sconosciuto nero e indecifrabile.
Il ramo mi si para davanti all’improvviso, anche se un po’ me lo aspetto mi sorprende ugualmente, fermo il mezzo, scendo portando con me il motore, la sega insomma, lo taglio con facilità. Risalgo e sposto i due tronconi con la pala, riprendo a sgomberare la strada. Dopo un tratto, un altro ramo, questa volta più grosso. Ripeto la manfrina: mi fermo, scendo, taglio, sposto. Non sto neanche a rimettermi l’auricolare, se mi telefonano mi fermerò per rispondere. Nevica sempre più forte, i tergicristalli lavorano forsennatamente. Non so quante volte sono già sceso dal trattore per liberarmi la via dai rami e dai tronchi. Il riscaldamento non ce la fa ad asciugarmi, e ci sto mettendo molto più tempo del solito, per togliere la neve dalle strade della mia zona. Sto lavorando da ore e sono stanco.
Il tronco immenso mi sbarra la strada. Lo riconosco, è la quercia in cima alla salita del Calanco. Sul momento mi dispiace per l’albero poi capisco che non ce la farò mai, da solo, a togliere di mezzo quella montagna di legno. Prendo il cellulare, voglio avvertire il capo, il coordinatore di noi spazzaneve, mi squilla in mano: è proprio lui che mi sta chiamando. Capisco che la situazione dev’essere davvero brutta dal tono, di solito è così calmo, rassicurante. Mi descrive lo stesso incubo che sto vivendo: la neve è pesante e “collosa”, continua a scendere abbondante, ha causato danni gravissimi. Mezzo paese è senz’acqua, manca la corrente dappertutto, il telefono fisso è muto quasi ovunque, tante frazioni sono completamente isolate. Gli racconto della quercia, gli spiego che non posso proseguire. “Non tornare indietro, ancora, manderò qualcuno ad aiutarti appena possibile. Da quelle parti c’è la Casa Rosa, sai, quella vecchia casa sempre vuota: so che adesso
ci vive della gente, fermati da loro, asciugati, ti chiamo appena posso”.
Manovro il trattore per spostarlo il più possibile dal centro della carreggiata, scendo e mi accorgo che mi sono fermato poco distante dalla casa che mi ha descritto il capo. E’ enorme e buia,
il giardino è nascosto dalla neve. Apro il cancellino che dà sulla strada, non è neanche chiuso a chiave. Con la pala che mi sono portato dietro sgombero il passaggio fino alla porta d’ingresso,
non c’è un portico, una tettoia, niente.
Vedo una luce tremolante ad una finestra al piano terra, devono aver acceso delle candele.
Busso e sento dei passi all’interno.
Mentre aspetto penso a quant’è strana tutta questa storia, io che dovrei liberare i paesani in attesa dello spazzaneve mi ritrovo invece impotente in mezzo alla neve.
I passi si avvicinano. Mi preparo a spiegare, penso alla vecchietta curva che viveva qui fino a un paio d’anni fa e di colpo mi viene in mente mia nonna. Sorrido.
Se fossimo in uno dei romanzi che legge sempre di nascosto da mia mamma, adesso ad aprirmi la porta verrebbe una bella ragazza, che mi offrirebbe magari…del caffè. Il mio vizio.

La porta si apre e lei mi dice buonasera.

Funny Friday/10

A man and a woman who had never met before, but who were both married to other people, found themselves assigned to the same sleeping room on a trans-continental train.

Though initially embarrassed and uneasy over sharing a room, they were both very tired and fell asleep quickly, he in the upper berth and she in the lower.

At 1:00 AM, the man leaned down and gently woke the woman saying, “Ma’am, I’m sorry to bother you, but would you be willing to reach into the closet to get me a second blanket? I’m awfully cold.”

“I have a better idea,” she replied. “Just for tonight, let’s pretend that we’re married.”

“Wow! That’s a great idea!” he exclaimed, thinking maybe she’d crawl in the bunk and warm him up.

“Good,” she said. “Get your own fucking blanket.”

After a moment of silence, he farted, rolled over and started to snore.

Tall Tale Tuesday/2

Aitanti minatori di altezza variabile dai novanta centimetri al metro e dieci aprono nel folto della foresta un bed&breakfast: le mele per le torte della colazione verranno fornite dalla famosa azienda agricola Grimilde – premiata società per cattive azioni.

Nonostante l’ottima cucina, le maniere impeccabili e gli strass di un certo valore che decorano i copriletti, sarà una svagata fanciulla dalla pelle bianchissima a dare loro fama imperitura…

trasformandoli nei sette nani.

Funny Friday/9

O tempora, o mores!

A man standing in line at a check out counter of a grocery store was surprised when a very attractive woman behind him said, “Hello!”
Her face was beaming.
He gave her that “who are you look,” and couldn’t remember ever having seen her before.

Then, noticing his look, she figured she had made a mistake and apologized.
“I’m really sorry but when I first saw you, I thought you were the father of one of my children,” and walked out of the store.

The guy was dumbfounded and thought to himself, “What the hell is the world coming to? Here is an attractive woman who can’t keep track of who fathers her children!”

Then he got a little panicky. He didn’t remember her, but maybe during one of the wild parties he had been to when he was in college, perhaps he did father her child.

He ran from the store and caught her in the parking lot and asked, “Are you the girl I met at a party in college and then we got really drunk and had wild crazy sex on the pool table in front of everyone?”

“No,” she said with a horrified look on her face. “I’m your son’s second grade teacher.”

Vite di coppie non illustri e neppure esistite, per quanto/2 – Marta e Gianluca

Il ragioniere Marta Languzzi lavorava come contabile nell’aziendina di famiglia, la famosa LaFiFaLanguzzi Filati Favolosi. Primogenita di quattro sorelle, aveva intuito qualcosa sul proprio futuro all’età di sei anni e mezzo circa, quando babbo natale le aveva fatto trovare sotto l’albero Il Piccolo Pitagora anziché la bicicletta con il cestino che lei si era premurata di descrivere nella letterina appesa alla mensola del camino. Per amor di giustizia, bisogna aggiungere che pure le sue sorelle avevano trovato doni corrispondenti al loro ancor lontanissimo percorso aziendale: Marisa aveva ricevuto pennarelli in centoventi diverse tonalità “per scoprire la meraviglia dei colori”, per Mirella c’era stato Magliaia in Erba con tanto di uncinetti di plastica colorata e per Maddalena, tre anni e mezzo appena, un meccano da trecentosessanta enormi pezzi: qualcuno avrebbe pur dovuto occuparsi della parte tecnica!

Mentre le sue sorelle crescendo avevano accettato senza porsi troppi quesiti il proprio destino aziendale, divertendosi anzi a scoprire nuovi orizzonti filati, per Marta occuparsi della contabilità era solo un dovere, che svolgeva con diligenza perché amava la sua famiglia, perché aveva un talento eccezionale per sommare, sottrarre e moltiplicare e perché il lavoro in famiglia le permetteva quel tanto di elasticità tra orari e scadenze che la faceva sentire libera di scegliere.
Seduta alla scrivania un giorno dopo l’altro facendo quadrare i conti e il bilancio, la finestra che guardava sui campi la chiamava: quando non ne poteva più si alzava, apriva i vetri e respirava il profumo della terra. Pregustava il fine settimana, i suoi due giorni di gioia. Quarantotto ore a tutto letame.

Gianluca Peralli allevava mucche da latte nell’azienda agricola di famiglia. Lui e Marta erano stati compagni di scuola alle medie, si erano persi di vista tra agraria e ragioneria e si erano ritrovati imparentati quando Giovanni, fratello maggiore di Gianluca, aveva sposato la magliaia-non-più-tanto-in-erba Mirella. Il ricevimento nuziale si era tenuto tra i campi e il frutteto dell’Aia Giuliva, la fattoria dei Peralli.

E lì Marta aveva scoperto una vocazione, una missione, un piacere: fare l’ortolano. Tra i filari degli ultimi pomodori, i più dolci, quelli di settembre, in mezzo alle enormi piante di zucchine romanesche l’aveva trovata Gianluca: con le mani dentro la terra scura, sorridente. Da quel giorno in poi,
ogni fine settimana Marta lo passava nel proprio scampolo di orto, quello che Gianluca le aveva assegnato sui terreni di famiglia. L’avevano dissodato insieme in ottobre, concimando le zolle per le semine di primavera. Nella serra, Gianluca le aveva liberato lo spazio necessario per gli attrezzi, che le aveva regalato lui stesso: un set completo, zappe, vanghe e rastrelli con il manico rosso fuoco.
Gianluca Peralli sapeva di essere stato molto fortunato: non è da tutti intuire il proprio percorso ideale da bambini ed essere poi lasciati liberi di seguirlo senza ostacoli anzi con ogni incoraggiamento. Certo, la circostanza che la sua famiglia possedesse un’azienda agricola l’aveva aiutato parecchio a metter su il proprio allevamento: ma se piuttosto avesse desiderato diventare ingegnere aeronautico non avrebbe fatto alcuna differenza. I suoi genitori credevano nell’Amore con la A maiuscola e mai gli avrebbero posto veti. Gianluca invece l’Amore lo guardava negli occhi ogni fine settimana, lo aiutava a dissodare la terra, a seminare, a diserbare e a raccogliere a seconda della stagione. Lei lo chiamava Peralli: Peralli mi aiuti domani con i fagiolini? Peralli hai visto che pomodori quest’anno! Peralli non vedo l’ora di prendermi le ferie dall’ufficio.
Lui, la chiamava Marta ma la pensava Amoremio. Solo che non gliel’aveva mai detto.
Si era figurato la scena così tante volte, immaginando sempre uno sfondo diverso: d’autunno nelle vigne, d’estate nell’orto, in primavera nel meleto, d’inverno sotto il portico decorato a festa. Niente, non gli riusciva proprio di farsi uscire di bocca le parole. O di usarla, la bocca, per stamparle un bacio non proprio sulla guancia.
“Cosa farai a Natale?” le chiese una sera, di domenica, proprio mentre lei stava per tornare a casa sua. “Vivrò la stessa folle avventura dell’anno scorso: a casa sul divano.” rispose lei. “Quest’anno ancora più riposante: la mia famiglia partirà il 26 per andare in gita al mare d’inverno. Tre giorni tutta sola!”
Perchè non m’inviti? pensava lei. Perchè non m’inviti? stava invece pensando lui.

Non c’è niente come tacere, a volte.

Sotto l’albero, la sera del 25 lui trovò anche un pacchetto da parte di Marta: dentro, un paio di mezzi guanti di lana grezza e morbida e un biglietto scritto a mano.
Lei, trovò da parte di lui una piccola scatola di legno chiusa con un fiocco rosso: conteneva un sacchetto di sementi selezionate. E un biglietto scritto a mano.
La mattina del 26 dicembre Gianluca si era alzato prestissimo come al solito, le sue mucche non si curavano delle festività comandate. Sbrigò le sue faccende con insolita fretta.
Presentarsi a casa di Marta alle nove di mattina senza telefonare poteva non essere la migliore delle strategie di conquista: ma lui non ce la faceva più ad aspettare. Erano anni, che diamine!
La baciò non appena lei gli aprì la porta: e non proprio sulla guancia.
Lei ricambiò con uguale ardore.
Più tardi, stretti sul divano davanti al fuoco acceso nel grande camino, lui parlò per primo.
“Grazie per il regalo. Per il biglietto, soprattutto.”  disse tirandolo fuori dalla tasca dei jeans.
Se vieni a casa mia domani ti faccio vedere come si usano. Con amore, Marta.
“Il biglietto è la parte migliore anche del tuo regalo, in effetti.” sussurrò lei mostrandoglielo:
Se vieni a casa mia domani ti faccio vedere come si usano. Con amore, Gianluca.

Non c’è niente come scrivere, a volte.

Tall Tale Tuesday/1

Ranocchio verde e  muschioso, indiscusso re del proprio stagno,  divoratore indefesso di libellule,
indisturbato gracchiatore delle notti d’estate,
viveva tranquillo tra le canne.

Un giorno una principessa – ancora zitella e malconsigliata – pensò bene di sbaciucchiarselo:
trasformatosi suo malgrado in un principe azzurro, ancora non si capacita di dover montare a cavallo.
E indossando delle stupide brache, perdipiù.