Arguzia Corelli seppe con certezza che avrebbe fatto la levatrice quando ancora non poteva neppure chiamare per nome la sua ambizione.
Una sera tra l’estate e l’autunno, stava dormendo tranquilla nella stalla, di nascosto dalla famiglia, quando un gran trambusto l’aveva svegliata: c’era una mucca che doveva partorire e se era stato chiamato il veterinario era segno che qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Le zampe, probabilmente. Quelle del vitello con tanto di zoccoli.
Protetta dal divisorio di legno e agevolata da un bel buco nell’asse malridotta, Arguzia assistette a tutta la faccenda, per nulla disgustata. Il veterinario, un dottorino talmente giovane che pareva suo fratello maggiore, aveva parlato per tutto il tempo sommessamente con la mucca. La sua voce calda aveva descritto con tono gentile alla mucca, e ad Arguzia, l’intera procedura: Arguzia, che era parecchio sveglia come del resto si racconta, mise insieme una frase con l’altra e capì che anche le donne facevano quella fatica lì, per far nascere i bambini. Uscì dal suo nascondiglio quando nella stalla rimase solo il veterinario e gli fece a bruciapelo un paio di domande di quelle che agli adulti non si potevan porre: lui la guardò serio, poi le rispose.
Da quel giorno, Arguzia e il veterinario divennero amici.
Lui le portava dei libri, e un giorno si prese la briga di dire ai suoi genitori che Arguzia doveva continuare a studiare perchè se lo meritava. La mamma di Arguzia aveva una zia che viveva in paese e la ragazzina vi si trasferì: era triste perchè lasciava le sue montagne ma non così triste. Il dottorino andava sempre a trovarla, e insieme ai libri le portava anche un fiore.
Arguzia e il dottorino si sposarono d’ottobre, perchè a lei piaceva l’autunno e a lui piaceva tutto quello che rendeva felice lei. Tornarono al paese insieme e andarono a vivere nella casetta di lui: il veterinario e la levatrice.
Diplomata, eh!
L’amore che resta
E’ stato in una sera d’estate come questa che l’ho incontrata.
Un tramonto identico a quello che sto fissando ora, mi ha visto prenderle la mano per la prima volta.
In una notte di agosto fredda come questa le ho dato il mio primo bacio.
Una sera di settembre in pizzeria mi sono inginocchiato, ho fatto un anello con la chiusura della lattina di birra e le ho chiesto di sposarmi.
Otto giorni prima di Natale, di sera, in una chiesa piccola, fredda e buia, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo promessi, di nuovo, l’amore.
In una mattina di agosto è nata la nostra bambina.
E’ di nuovo estate, e io la guardo camminare tra l’erba.
Il gesto con cui si sposta i capelli dietro le orecchie.
Lo sguardo diffidente che mi scruta dietro le lenti degli occhiali da vista.
Il desiderio di piacere, a se stessa, a me.
Il canto sommesso e stonato a mezza voce quando si concentra intensamente.
La capacità di vedere attraverso e oltre le corazze emotive.
La mia bambina. Ma non solo mia.
Non me ne staccherò mai veramente, dalla mia donna grande che mi ha reso padre, che ha fatto la mia piccolina: di lei e in lei riconosco gesti e abitudini. Sarà mia per sempre, mia e dell’amore.
L’amore, quello che ho dato, quello che ho preso.
Quello che so di avere ancora.
L’amore che non posso, non voglio, non devo lasciare andare.
L’amore che resta.
Vite di donne non illustri e neppure esistite, per quanto
Emazia Salassi vide la luce – si fa per dire – in una serata fredda e buia, poco prima di Natale. Il suo papà, Ermete, in qualità di medico del paesuzzo, la fece nascere con le sue mani e l’aiuto della vecchia levatrice – la buona e cara Arguzia Corelli – gentile come una spazzola per lavare ma efficiente come un trattore Landini. Gigliola Salassi, la puerpera, trovò tutta la faccenda assai dolorosa e parecchio faticosa, nonostante e malgrado tutto l’amore che il suo Ermete le dimostrò adoperandosi per far nascere la loro figlia nel modo più veloce e indolore possibile. Mentre spingeva seguendo le esortazioni di Ermete, Gigliola considerò con interesse quasi scientifico la vita semplice e serena di una figlia unica. Decise sull’ultima spinta, in contemporanea con il grido di gioia di Ermete e quello sorpreso di Emazia, che da quel giorno in poi la contraccezione non avrebbe avuto più segreti, per lei.
Emazia Salassi fissò i propri genitori con occhi dal colore incerto ma certamente enormi.
E sorrise.
Chi scrive questa vecchia storia sa – per avere vissuto già troppi anni per non saperlo, purtroppo – che i neonati non sorridono non vedono eccetera: ma per amore del racconto, deve riportare con fedeltà e rispetto quel che gli è stato narrato.
Emazia Salassi, dunque, sorrise quella sua prima notte nel mondo: e non smise più.
Fu la gioia e il sostegno della sua mamma e del suo papà.
Fece tante scelte giuste e sagge che non staremo qui a dilungarci a riportare: studiò tanto, imparò, scoperse, rise e pianse, viaggiò, piantò alberi, infranse cuori aggiustandone uno.
Perchè Emazia Salassi, nata da un grande amore in una fredda sera di dicembre, aveva un dono raro e prezioso.
Sapeva amare.
Vuoti a perdere
Grazie
Grazie a Iomemestessa per questo sprone.
C’erano delle regole da rispettare, stabilite per il Premio Talento Innato, che mi ero ripromessa di seguire.
Le pubblico di seguito a mia vergogna:
1) Utilizzare il logo.
Non l’ho utilizzato. Perdono.
2) Menzionare chi vi ha nominato.
Iomemestessa! http://iomemestessa.wordpress.com/
3) Nominare 10 blogger nei quali scorgete la dote del Talento
notificando loro la nomination.
Dieci, meno sette, fa tre:
http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/
http://dabogirl.wordpress.com/
http://zonerrogene.wordpress.com/
Notifica? Ehm.
4) Rispondere alle seguenti 6 domande:
3) Se potessi partecipare e vincere una competizione letteraria o fotografica importante, quale sarebbe?
4) In cambio di una ingente somma di denaro, riusciresti a realizzare qualcosa lontanissima dalle tue corde?
5) Ami sperimentare?
6) Offri qualcosa di inedito alle persone che ti seguono e credono nelle tue capacità?
Vite di uomini non illustri e neppure esistiti, per quanto/3
Ermete Salassi partì per la Grande Guerra che era un ragazzo e tornò che era un uomo,
privo però dell’ultima falange del mignolo della mano sinistra. Poco male, si fece fare un aggeggio protesico dal fabbro del paese, sull’appennino romagnolo, e si dedicò con passione alla professione paterna: il medico. Ogni tanto la protesi metallica graffiava qualcuno, provocando proteste variabili a seconda dell’età e del grado di malizia dell’offeso. O offesa.
Ermete si accorse un giorno che Gigliola, la figlia del farmacista, aveva la pelle bianca come i petali dei gigli e un sorriso che avrebbe indotto a pensieri peccaminosi anche un frate. Lui non lo era, un frate, sicchè si dedicò al corteggiamento anima, corpo e protesi. Gigliola, sedotta da tanta costanza e amorevole dedizione nonchè dal metro e ottanta di prestanza virile dell’Ermete dagli occhi verdi, capitolò ben presto. Il matrimonio fu una meraviglia, a settembre: tra la luce dell’estate morente e il profumo della terra arata. Gigliola, la prima notte di nozze, scoprì che Ermete sapeva dove mettere le mani.
Senza chiedersi dov’egli avesse imparato tanta esperta perizia, decise di godersi il risultato.
Ermete, purtroppo, soffriva di incubi notturni: ogni tanto si svegliava nel mezzo della notte gridando come un ossesso e strappando Gigliola ai propri sogni di ragazza.
Gigliola scoprì una notte che la miglior cura per il dramma di Ermete era l’amore, e si applicò con impegno assoluto a prestarla al suo bello: fu così che venne concepita Emazia.
Emazia Salassi.
E questa sarà un’altra storia.
Uno più uno
Uomini di parola
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oppure “azzurri come il cielo di maggio”.
O “neri e profondi come i tuoi desideri”.
Asciugano al sole dell’estate i “lucenti capelli neri”.
Ti stringono tra le “forti braccia dai muscoli guizzanti”
ai propri ampi toraci completamente glabri.
Sono “solidamente piantati su cosce robuste” in grado di sostenere tutto il tuo peso all’occorrenza. Sanno guardare dentro la tua anima.
Sanno cosa vuoi.
Da loro, da te stessa.
Sorpresa di Pasqua
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Vite di uomini non illustri e neppure esistiti, per quanto /2
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neppure di legarlo alla tavola dei supplizi.
I malcapitati carcerieri persero così tanto tempo perseverando nei vani tentativi di legare Tremebondo,
che per lo sconforto decisero di convertirsi: col suo solo tremore, Tremebondo conquistò alla fede (ma quale? Boh) tre nerboruti farabutti.
Per commemorare degnamente quel sant’uomo, il 29 marzo si perde tantissimo tempo.
Anche non volendo.